La signora torinese che inventò il tramezzino

La storia di Angela Demichelis Nebiolo in un libro di Salvatore Tripodi

per Edizioni Mille

“In questo locale, nel 1926, la signora Angela Demichelis Nebiolo inventò il tramezzino”. ‘Questo locale’ è lo storico caffè Mulassano, nel cuore di Torino, tra via Po e la Galleria Subalpina, e la scritta si staglia, perentoria, dietro la cassa di bronzo in stile liberty.

Ma cominciamo dal tramezzino. Sua maestà il tramezzino. Pane fresco e sincero, bianco, morbidoso, ben diverso dalle menzogne di plastica contenute nei sacchetti altrettanto di plastica del supermercato. Farcito di insalata di pollo, peperone con bagna cauda, vitel tonnè alla maniera piemontese, robiola delle Langhe con sedano e noci. Persino di aragosta, esposto solo un po’ più in là, appartato il giusto su un’alzata d’argento a strizzar l’occhio, voluttuoso, ad avventori vecchi e nuovi.

Torinese come Superga, la Mole, il castello del Valentino, c’è ancora chi si azzarda ad attribuirlo ai  veneziani o chi vorrebbe far credere sia nato a Roma.

Pare sia stato Gabriele D’Annunzio, frequentatore del locale, a battezzare così il quadrato di pane diviso in diagonale, perché gli ricordava le tramezze della sua casa di campagna, in Abruzzo. Ma triangolari o a piccoli rettangoli, i tramezzini sono opera originale di una coppia di torinesi doc, emigrata a Detroit negli anni Venti e poi rientrata a Torino con un nutrito bagaglio di esperienze di imprenditoria nella ristorazione, nuove ricette e attrezzi del mestiere come il primo tostapane, sconosciuto in Italia. E sì, da Mulassano anche i toast non sono da meno.

La storia di Angela Demichelis e di suo marito Onorino Nebiolo è raccontata benissimo in un libro scritto da Salvatore Tripodi per le edizioni Mille, solido marchio indipendente  torinese, La signora del Mulassano, tra whisky e tramezzini da Detroit a Torino.

Un viaggio nel tempo scandito dai numerosi viaggi andata e ritorno Torino – Detroit, e immerso nella vita quotidiana e avventurosa della coppia e delle loro famiglie: i figli e prima ancora i fratelli che avevano scelto Detroit prima di loro con cui hanno diviso il sogno americano e i relativi successi e imprevisti.

Ma il libro non è solo un omaggio a un pezzo di Torino che molti hanno a cuore ma ha il pregio di attraversare un pezzo di storia italiana e americana dal punto di vista di chi l’ha vissuta, restituendoci da una parte  una Torino che è mutata nel tempo, rigogliosa, bombardata, godereccia e curiosa, coi primi cinema di successo, di cui la coppia è stata pioniera; Torino della crisi industriale, delle fabbriche e degli scioperi, degli studenti e degli operai, Torino colta e austera dei teatri importanti e Torino magica a cominciare dai vicoli in cui una vecchia cartomante predisse ad Angela bambina il suo futuro; dall’altra parte vediamo affacciarsi l’America grassa che ha permesso di arricchirsi ma non già di integrarsi. L’America razzista dalla quale spesso ci si doveva difendere e l’America proibizionista che vietando il commercio e il consumo di alcolici complicava non poco la vita ai ristoratori. Alimentando di contro il mercato nero e consegnando alla criminalità organizzata una fonte di guadagno superiore a quello ricavato prima attraverso la prostituzione, il gioco d’azzardo o l’estorsione.

Uno spaccato interessante del libro, con tanto di colpo di scena,  riguarda proprio le traversie della famiglia in epoca di proibizionismo, costretta a rifornirsi di straforo in Canada per non cedere ai ricatti della cosiddetta Mano Nera, tentando in extremis di far quadrare regole, deroghe e trasgressioni per non perdere i clienti.

Il definitivo ritorno a Torino è del 1926, così come l’acquisto del locale e l’avvio di un’avventura destinata a durare tuttora, intatta, nonostante la guerra, i periodi di magra e di decadenza forzata e i diversi passaggi di gestione e proprietà.  

Mulassano è sempre lì, nella sua armonica e rigorosa opulenza, sotto i portici di piazza Castello: trentun metri quadri di squisita torinesità che ha fatto la storia. Pochi tavolini tondi dentro e fuori, separati da una vetrata che copre tutta l’ampiezza, specchi: tanti specchi a movimentare i rapporti tra stucchi, marmi, fregi di ottone, boiseries, soffitto a cassettoni. E sull’alto bancone di marmo la fontanella che zampilla ininterrotta andando a riempire i due bicchieri già pronti per i clienti che aspettano il caffè. Un piccolo segno di buona accoglienza che fa la differenza e che dura da sempre.

Mulassano è uno di quei luoghi che se non fossero veri sarebbero kitsch e invece sono veri alla faccia del kitsch.

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