Dietro le quinte

Chi sono? Mediamente introversa, mediamente timida, mediamente scorbutica, mediamente ‘social’. Molto ossessiva, molto molto umorale. Non amo né i selfie né i grupie né essere fotografata o immortalata per sbaglio. Sono nelle parole che scrivo, nei miei soliloqui e quando mi riesce nelle chiacchierate con voi.
Che spesso si sciolgono attorno a una tavola, perché se voglio bene a qualcuno prima o poi lo invito a cena.
Sono nata nel basso Piemonte, a Vinadio, un paese a 1300 metri di altitudine, vissuta a Fossano, una bella cittadina costruita intorno a un castello a quattro torri, e poi a Torino dove ho studiato un po’ di filosofia e un po’ di teatro, sempre e solo dietro le quinte.


Roma è la mia città di elezione perché la amo a prescindere cominciando dal mio quartiere che si chiama Monteverde e che mi ricambia al punto che mi sento monteverdina.


Faccio la giornalista dove mi riesce e cerco di sopravvivere impastando parole.
Il resto è in questo blog, e spero lieviterà un poco alla volta.

L’idea è nata un attimo prima di scendere in strada a buttare nella differenziata due scatoloni pieni di carta. Ferma mi sono detta e se poi ti servissero non si sa mai. Fogli sparsi, non sempre interi, e quaderni piccoli e grandi su cui non posso fare a meno di travasare di tutto. Non sono in un luogo, non faccio una cosa, non assisto a una scena, non assaggio nemmeno qualcosa di buono se poi non lo vedo nero su bianco davanti a me. Travasare su carta per non scapparmi di mano. Che non vuol dire io c’ero. Vuol proprio dire ero io. Ero io quella là. Quella là ero io. Pure se non ti ricordi. E poi se c’ero o non c’ero non fa differenza. O forse la fa ma non è questo il punto. Il punto è che se non mi vedo nero su bianco mi perdo di vista.
Allora sì, inventiamoci un blog. O, meglio, chiediamo aiuto per realizzare un blog.
Lo voglio ordinato e inclusivo, soprattutto inclusivo, e capace di guardare anche indietro. Perché nel mentre si è fatta strada l’esigenza di archiviare gran parte di materiale pregresso, perlopiù articoli usciti nel tempo sulle varie testate con cui ho collaborato, su carta e on line.
Una specie di trasloco, un po’ alla volta, in un’unica casa, facile da raggiungere e più funzionale da vivere e abitare. Una casa ordinata, dove le cose sono dove devono essere e quando le cerchi le trovi. Basta un clic, una parola, a volte due.

Il blog è casa mia. L’arredo come mi pare e non metto paletti. Chi vuole entra ed entra chi vuole.
Girarla è facile, c’è pure la mappa. La prima stanza è dedicata al teatro, perché il teatro è forse il luogo dove mi imbuco più spesso, da una trentina d’anni, o qualcosa di più. In platea o dietro le quinte, in silenzio, a spiare le prove. Per questo reclamava una stanza tutta per sé: una sola, la più grande, da arredare senza fretta.
La seconda si chiama Suoni, visioni e voci e dentro ci sono quattro armadi a giorno: un po’ di musica, un po’ di arte, un po’ di cinema. Insomma tanti colori, suoni, voci che mi entrano in testa e ronzano e scalpitano finché non trovano una nuova collocazione e almeno per un po’ mi lasciano in pace. Non sono perduti. Si sono solo spostati dalla testa all’armadio liberando la testa, pronta per essere nuovamente ingombrata. Sul quarto armadio c’è scritto: le parole degli altri. Sono le mie circumnavigazioni attorno alle vostre parole, che siate scrittori, scriventi, vivi per sempre o per il momento, già rifiniti o in corso d’opera, ma anche abili dicitori o affabulatori molesti. Dipende. E’ che a volte non riesco a star zitta ma più spesso ancora non riesco nemmeno a parlare. Allora mi sono inventata l’armadio perché l’armadio aspetta e porta pazienza e mi lascia il tempo di finire la frase anche quando non è già bella pronta per essere detta.
La terza stanza è quella più libera, anche un po’ disordinata, proprio la mia, dove nessuno ti vede e nessuno ti guarda. Pensieri e racconti raccoglie i miei soliloqui fluttuanti. Alcuni di essi prendono subito forma, altri invece restano liquidi e a volte ristagnano, altre ancora attendono solo la temperatura adatta per solidificarsi una volta per tutte o evaporare per sempre.
Ma è la quarta la stanza dove la trasformazione si tocca con mano. La cucina. Il luogo dove le cose non diventano ciò che sono ma ciò che possono essere. Migliori o peggiori, dipende da te. Dalla cura che ci metti, dalla pazienza, dall’attenzione e da quella facoltà immaginifica che ti permette di guardare lontano, di scorgere, per esempio, sotto la scorza di un tubero bruttarello come il tupinambur, la materia prima di un piatto sublime, il flancton, che è il tripudio dei sensi. In questa stanza, che ho chiamato Papille e coriandoli, le parole si mescolano e shakerano come ingredienti preziosi, alla ricerca della forma più adatta per raccontare storie diverse di cibo e convivio: attraverso ricette – tramandate inventate reinventate intuite regalate copiate rubate – e sensazioni che corrono su e giù per i cinque sensi, lasciando tracce indelebili e ricordi belli e brutti.
Come belli e brutti sono i ricordi legati al viavai di ospiti in casa. Nella mia stanza tutta per loro, piena di libri e di amore per Roma. L’ho chiamata Suite Bohémien, come il mio primo romanzo, per continuare a raccogliere e reinventare storie diverse di viaggi e di vita.

Voglio ringraziare anche qui Vincenzo Mania, amico, supporter e creatore di questo blog, per la pazienza gandhiana; Franco Blandino, già autore della copertina di Suite, per aver disegnato il logo con il suo prezioso guizzo di penna, e Franco Olivero (Aulico sempre) per il ritratto da quello scatto rubato dietro cui mi piace nascondermi.