Zio Vanja, un saggio inascoltato Intervista Allegri

Un testo che parla di individui sconfitti, di bilanci fallimentari, di dedizione e sacrifici resi vani da speranze mal riposte, di illusioni frustrate, amori non corrisposti, invidie sotterranee e rancore che implode senza fare rumore, scontato nell’indifferenza della routine quotidiana. Quella di Vanja, che ha amministrato per anni la proprietà di campagna di un ingrato […]

Un testo che parla di individui sconfitti, di bilanci fallimentari, di dedizione e sacrifici resi vani da speranze mal riposte, di illusioni frustrate, amori non corrisposti, invidie sotterranee e rancore che implode senza fare rumore, scontato nell’indifferenza della routine quotidiana. Quella di Vanja,
che ha amministrato per anni la proprietà di campagna di un ingrato cognato, il professore, disposto a venderla per investire in titoli. Quella di Sonja, figlia di primo letto del professore, dedita alla proprietà insieme allo zio. Quella di Astrov, amato da Sonja senza speranza e attratto invece dalla bella Elèna,
giovane moglie del professore, egoista e accidiosa. E quella di Sieriebrjakov, o monsieur le professeur, che infrange “senza colpa” i sogni altrui. Il professore si manifesta semplicemente per quello che è, oltre le umane aspettative di Vanja: ingrato, egocentrico, presuntuoso.
Con Zio Vanja di Cechov si alza il sipario del Teatro Carignano di Torino, dopo un restauro durato quasi due anni.
L’appuntamento è per martedì prossimo con una compagnia che ha fatto la storia recente del teatro italiano, e che a Torino ha mosso i primi passi circa trent’anni fa. Il Laboratorio Teatro Settimo, diretto da Gabriele Vacis, che per l’occasione è tornato a lavorare con il suo consolidato gruppo di attori: Eugenio Allegri, Laura Curino, Lucilla Giagnoni, Michele Di Mauro, per una reimpatriata che il pubblico più affezionato attendeva da un pezzo.

Ne parliamo con Eugenio Allegri, alias Vanja, che nell’ultimo lavoro con la compagnia, una Trilogia della villeggiatura datata ’93, interpretava il doppio ruolo di Fulgenzio e Ferdinando. In mezzo Cirano,
Shylock, L’uomo nell’armadio di Ian McEwan, Morte accidentale di un anarchico di Dario Fo, e un grandissimo Novecento, per tre stagioni consecutive.

Che effetto fa ritrovarsi dopo anni con la “vecchia” compagnia?

Ci sentiamo più garantiti, sappiamo dove appoggiarci, c’è più sicurezza. Ma non siamo molto cambiati. La freschezza della Giacinta di Lucilla Giagnoni, per esempio, si ritrova nella Elèna di adesso. Con le
dovute differenze, relative al personaggio.

Avete mantenuto la versione integrale del testo di Cechov?

Vacis ha scelto di lavorare sulla versione che David Mamet ha fatto per il film di Louis Malle, Vanja sulla 42 strada. Una scrittura più asciutta e colloquiale che risponde meglio a quello che chiama “teatro del discorso”, una forma che recupera alla quotidianità il teatro di narrazione, alla quale le situazioni che si creano in Cechov sono favorevoli. I monologhi dei suoi personaggi infatti sono discorsi. Nel corso del lavoro però abbiamo ripescato alcune battute originali, nella traduzione che Gerardo Guerrieri aveva fatto per Visconti.

Gerardo Guerrieri, nelle note ai testi di Cechov, parla di Beckett a proposito di Cechov. E Vacis scrive che Cechov anticipa Beckett di cinquant’anni. Concorda?

C’è una profondità e un’appartenenza di temi: i loro personaggi non arrivano a nulla, non concludono nulla e sono consapevoli del nulla che accade. Ma c’è anche un momento in cui Vanja mi ricorda Amleto: quando va in escandescenze con il professore che scopre il tradimento di Elèna, Vanja fa il matto, cioè si finge matto per arrivare a smascherare la verità.

Come collocherebbe “Zio Vanja” all’interno del corpus cechoviano?

Nelle altre opere l’insoddisfazione dei personaggi si rivela attraverso gli intrecci, gli . amori sbagliati, qui invece Elèna è solo un fattore scatenante che mette a nudo una situazione pregressa.

Vanja, come Astrov, non si innamora tanto di Elèna quanto di quello che lei rappresenta, o almeno credono che rappresenti. E la delusione non è data dalla sua  partenza quanto dall’ingratitudine del professore. Una lettura possibile?

Sì, ma il rancore di Vanja per il professore, per il suo parlare a vuoto, ha soprattutto un significato politico, e un’attualità  molto evidente. La critica al professore è la critica di Cechov all’intellighenzia di allora, sterile e improduttiva come quella di adesso. Oggi noi non ci misuriamo più con gli intellettuali, e dai politici ci sentiamo traditi.

Si spiegherebbe così anche fascino che Cechov esercita sui registi più giovani.

I giovani se lo sono ritrovati addosso, come se potesse rappresentare la cultura contemporanea con la massima permeabilità, come un vestito fatto su misura. Il teatro, se può essere vitale, è soprattutto grazie ad autori come Cechov che il cinema, oggi, non ha.

Ci puoi regalare qualche anticipazione sull’allestimento?

Sarà un allestimento ricco, in cui le scene sono mosse a vista dagli attori. Sono loro che alzano i tappeti, tirano giù gli alberi, fanno entrare gli armadi. Tutto nasce in scena, tutto succede a vista. Non ci sono quinte, com’è nella tradizione di Teatro Settimo, secondo cui ‘il teatro si fa mentre si fa’. I costumi, evocativi ma non filologici, rimandano a inizio secolo, con un tocco di invenzione che tiene conto della psicologia dei personaggi e dell’ambientazione. Le musiche invece uniscono Bach, suonato in scena e arrangiato per la chitarra di Paolo De Vecchi, a sonorità naturali, che riportano alla campagna.

Due parole sul Carignano dopo i restauri.

E’ meraviglioso. Il palcoscenico è più grande e funzionale. Gli attori hanno guadagnato molto. E tornare è una grande emozione. Abbiamo fatto lì La storia di Romeo e Giulietta, tanti anni fa, e anche Novecento per la ripresa televisiva è del Carignano.

Pubblicato su Europa carta il 31-1-2009

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