Com’è irraggiungibile Godot Gifuni / Manuli

Due individui si incamminano a piedi alla ricerca di Dio, visto che l’autobus che portava a Godot non si è fermato per caricarli.Sono Freak e Jaja, replicanti figure di Vladimiro e Estragone, protagonisti di Beket, il secondo film di Davide Manuli, che di Aspettando Godot è una visionaria e surreale lettura.Pluripremiato esempio di cinema indipendente […]

Due individui si incamminano a piedi alla ricerca di Dio, visto che l’autobus che portava a Godot non si è fermato per caricarli. Sono Freak e Jaja, replicanti figure di Vladimiro e Estragone, protagonisti di Beket, il secondo film di Davide Manuli, che di Aspettando Godot è una visionaria e surreale lettura.
Pluripremiato esempio di cinema indipendente – budget ridotto e distribuzione mirata
(Roma, Milano, Bologna, Cagliari) – è stato girato in tredici giorni in una Sardegna irriconoscibile, tra il Campidano e la costa occidentale. Complice la scelta del bianco e nero, che mentre evoca la rarefazione
dei paesaggi beckettiani, rende giustizia all’antinaturalismo della regia.
«Un film che comincia dove finisce la pièce», spiega Fabrizio Gifuni, uno dei nostri attori più amati ed eclettici, qui nel ruolo (molto teatrale) di un agente traghettatore che comunica con il suo collega (Paolo
Rossi) attraverso un televisore. Occhiali scuri e teschio sul cofano di una panda nera, molto lontano dal recentissimo magistrato di Galantuomini, con questo film realizza un desiderio e mantiene una promessa.

«Desideravo lavorare con Manuli da quando vidi, nel 2001, Girotondo, giro intorno al mondo, in un cineclub storico di Roma che purtroppo ha chiuso, Il labirinto. Ne rimasi folgorato, mi sembrò un meteorite nella scena del cinema italiano e subito dichiarai al regista la mia disponibilità a lavorare con lui».

So che avreste dovuto girare prima un film sul ciclismo. Come mai non è ancora successo? Per le solite vicissitudini produttive tipiche di un paese che non ha nessun rispetto per i propri talenti. Dovrebbe intitolarsi Do? Ping!, e speriamo si riesca a realizzare quest’anno.
Nel frattempo Davide ha deciso di girare Beket in tredici giorni. Penso che i due protagonisti (interpretati da Luciano Curreli e Jerome Duranteau), siano lo stesso Davide che stanco di aspettare finanziamenti che non arrivano, si mette in marcia da solo.

Un’illuminante metafora. E quella terra di nessuno, molto beckettiana, non è come un altrove che legittima l’alterità, un luogo dove la diversità viene normalizzata?

Io credo che la ricerca del senso non si esaurisca nella ricerca di un significato, soprattutto in un testo di matrice bechettiana. Questo è un film che scardina i codici della narrazione, e quindi, ancora di più,
richiama lo spettatore a riempire le caselle vuote, a ricomporre il proprio mosaico. Non sopporto i film o i libri dove tutto viene spiegato. Da spettatore ho visto un luogo post-atomico dove tutto si è compiuto. Dove il genocidio è stato portato a termine e i sopravvissuti sono costretti a vagare in un paesaggio lunare. Un’invenzione molto bella, quella di ricreare, attraverso il bianco e nero, un paesaggio lunare.

“Beket” è un’operazione riuscita di teatro rivisitato dal cinema. Cosa pensa invece dei grandi film prestati al teatro? Recentemente abbiamo assistito a messe in scena per niente esaltanti.
Il teatro e il cinema hanno linguaggi diversi ed è bene che vivano e si esaltino nello specifico.
A meno che non ci sia un lavoro preciso di adattamento al linguaggio, una trasfigurazione radicale di codice narrativo. Manuli è partito da Beckett, che poi ha perso la c e una t, per approdare al suo mondo: ha compiuto un salto, una trasfigurazione verso lo specifico cinematografico. Se il film fosse stato
una riproduzione dell’opera originale, credo che il risultato sarebbe stato sterile.

Solide produzioni e cinema indipendente, grandi maestri e giovani autori, Bertolucci, Marco Tullio Giordana, Liliana Cavani, persino Franco Battiato, e poi Wilma Labate, Andrea Porporati, Davide Sordella e adesso Manuli. Poca tv, ma solo d’autore, con risonanza e successo: de Gasperi, Paolo VI. Un caso o una scelta?

Tante scelte fortunate. In questi primi quindici anni di lavoro ho fatto incontri molto belli e importanti con i grandi maestri, ma allo stesso tempo ho conosciuto e lavorato con registi giovani, al loro primo film, magari autoprodotto. Sono cineasti puri, come Manuli, o come Sordella, con cui ho girato Fratelli di sangue, ambientato in una cantina di una casa di Fossano, la sua città. Era il suo saggio di diploma alla London International Film School e Mike Leigh, il suo maestro, gli ha suggerito di girarlo in Italia. Quanto alla televisione, non ho pregiudizi, leggo sempre tutto quello che mi viene proposto, però mi spaventano le serie troppo lunghe, quelle che ti impegnano per dieci mesi consecutivi. È che non riesco a stare lontano dal teatro, luogo imprescindibile del mio lavoro.

E questo ci rallegra. Ho un ricordo molto bello del suo Pasolini, “Na specie de cadavere lunghissimo”, risvegliato dalla recente lettura di “Ragazzi di vita” alla Casa della memoria. Ci sono ipotesi di una ripresa?

L’incontro alla Casa della memoria ha fatto venire voglia di riprenderlo anche a me. È stato un punto di svolta nel mio percorso teatrale, uno spettacolo che fa parte del mio repertorio.
Probabilmente ricomincerò partendo dall’estero.

Il
rapporto tra letteratura e teatro sembra esserle congeniale: quali sono i progetti imminenti?

Uno spettacolo sui testi giovanili di Cesare Pavese, Non fate troppi pettegolezzi, nato per Parma Poesia; uno studio sui Diari di guerra e prigionia di Gadda, presentato per Esplorazioni al museo della Fanteria di Roma, e che porterò a Cagliari, tra qualche mese. Si tratta del primo step di un progetto ambizioso, che dovrebbe approdare a La cognizione del dolore.
E poi c’è la ripresa di I kiss your hands, uno spettacolo costruito montando e smontando l’epistolariomozartiano, secondo la formula della doppia drammaturgia, testuale e musicale, che mi vede in scena insieme a Sonia Bergamasco, mia moglie, e a tre musicisti: Paolo Damiani, Danilo Rea
e Gianluca Trovesi.
Al teatro La Fenice di Senigallia, il prossimo 7 aprile, poi a Roma, a settembre.
Noi attendiamo, fiduciosi.

pubblicato su Europa carta il 7-2-2009

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.