Giorni Infelici

Nella vita moderna non c’è nulla che faccia più effetto di un luogo comune: riesce a unire fraternamente persone di ogni razza.
(Oscar Wilde)

In cosa si lega al teatro dell’assurdo questo odierno Giorni infelici, di esplicito richiamo beckettiano, non solo nel titolo ma anche nell’impianto scenico?

L’assurdo è la nostra ovvietà, la quotidianità alienata e tuttavia rassicurante nella quale tiriamo a campare, come se non ci fosse altra scelta o possibilità. Una quotidianità fatta di cliché ribaditi nonostante l’inesorabile presa di coscienza della nostra alienazione.

Al punto che nell’altro cerchiamo noi stessi, spiamo i nostri gesti e le nostre manie, ci critichiamo per interposta persona arresi o rassegnati a uno stato di cose in cui interlocuzione e autoriferimento finiscono per coincidere.

Da questa considerazione sembra esser partita Sabrina Scuccimarra che ha elaborato il testo di cui è anche interprete, dando un’ottima prova di attrice solista. Un monologo che si snocciola disvelando scena dopo scena l’assunto di partenza, che trova verso la metà la sua esplicitazione: “un interlocutore è necessario per continuare a parlare solo e sempre di noi stessi”.

E allora si capisce perché gli interlocutori non sono personaggi a tutto tondo ma semplici leve che innescano il rispecchiamento, la presa in giro delle proprie ossessioni, il distanziamento da sé ma sempre e soltanto al fine di osservarsi meglio, di sezionarsi a distanza, magari col binocolo e attraverso una tenda, per fare luce su quello che di noi ci infastidisce di più, ma con l’anestetico di ritrovarlo nell’altro, ingigantito, su un piatto pronto per sputarci sopra senza troppo disprezzarsi, anzi.

“Io amo il mondo esterno pur nella sua inferiorità”. Come tutti, d’altronde. Perché ognuno ha intorno a sé il suo mondo inferiore da amare e disprezzare allo stesso tempo. Noi per gli altri, gli altri per noi. Evviva.

Magra consolazione ai nostri giorni infelici, il mondo esterno, così simile a noi, non ci fa percepire come mostri isolati ma come mostri tra tanti, quindi, tutto sommato, anche un po’ meno mostri. Ma è quella legge bizzarra che vuol farci credere che quanto più numerosi sono i ‘colpevoli’, minore risulta l’entità della colpa.

Donna – questo il non nome di lei – osserva e si osserva, giudica e si giudica, irride e bacchetta procedendo a colpi di fioretto, contro i tanti stereotipi in cui siamo avviluppati. Frasi fatte, luoghi comuni, ruoli socio-quotidiani che non ci piacciono ma ci teniamo stretti, buffi paradossi che vedono se stessa alias ‘signora della spesa’-quella stessa che da cinquant’anni è ingabbiata nel rigidissimo copione quotidiano – trasudare insicurezza quando deve scegliere quale peperone acquistare. Perché basta un dubbio, un inciampo, “una pausa non prevista e va tutto all’aria”.

Si ride parecchio, un po’ amaro e un po’ liberatorio. Si ironizza sul desiderio e sullo svilimento dello stesso, che sopravvive oltre il tempo, perché quella ‘rognosa di madre natura’ ci aggiunge le rughe ma non ci toglie il resto. Si racconta la desolazione e la solitudine, lo squallore di quattro mura attraverso cui guardar fuori senza sporcarsi e un po’ si avvertono gli umori pandemici da post reclusione.

Non so se il testo sia stato scritto in cattività ma se così fosse, sarebbe un altro bel prodotto di questo brutto periodo.

Sabrina Scuccimarra è stata brava e coraggiosa a concepire un testo originale che espressamente cita un monumento, anche se nelle note mette accuratamente le mani avanti. “Giorni infelici non vuole minimamente paragonarvisi né esserne estensione”.

Qui la Winnie di turno non è fotografata da fuori nella sua logorrea quotidiana con cui tenta di riempire voragini di non senso, ma si racconta da dentro fino a prendere una pseudocoscienza di sé. Come se ci fosse un teorema percepito da dimostrare in corso d’opera, fino a un ‘come volevasi dimostrare’ che chiude il cerchio, salvo avvertirci, forse, che il giro sta per ricominciare. Tutti a bordo, si riparte. Non si evince solo alla fine ma molto prima, attraverso battute e situazioni ‘refrain’ che si ripropongono con poche variazioni.

La regia di Martino d’Amico lavora su diversi colori della recitazione a cui l’attrice risponde con una vocalità molto ben modulata, che gioca bene con le musiche e i suoni originali di Gioacchino Balistreri.

La scena è quella di Giorni felici ed è giusto così: semplice, mossa dalle luci di Alessio Pascale, è una montagna non già di sabbia ma di fogli e di pagine scritte, che montano a ripetere lo stesso copione. Ma se Winnie è sempre più impotente e impedita, sepolta com’è fino al collo, Donna si leva in piedi e raggiunge il proscenio, visuale da cui meglio guardarci e guardarsi, per riconoscersi.

Già, ma poi che succede? Che succede a Donna, che succede alla donna quando ha capito chi è? La domanda è aperta e la risposta cova in silenzio mentre lasciamo la sala, però non arriva. Riusciremo mai a non ricascare nel ciclo mortifero delle nostre certezze ridicole e finalmente a capire che sono solo strettoie? Riusciremo davvero a non lasciarci inghiottire dalle sabbie mobili fino alla gola che ci impediranno persino di urlare? Riuscirà Donna a non essere Winnie?

Chissà. Gli oggetti stessi ricordano molto quelli di Winnie – occhiali, ventaglio, pochette per il trucco, e poi le goccine da scolarsi in un colpo, nuovo approdo della pistola puntata alla tempia, senza premere mai il grilletto.

Lo spettacolo è andato in scena al Teatro Le Maschere di Roma dal 26 al 29 maggio 2022. Ma non finisce sicuramente qui. Lavori in corso su piazze e date.

Di e con: Sabrina Scuccimarra

Regia: Martino D’Amico

Assistente regia: Matteo D’Incoronato

Musiche originali: Gioacchino Balistreri

Disegno luci: Alessio Pascale

Produzione: Associazione Culturale Padiglione Ludwig e ENFI Teatro srl.

Pubblicato su multiversi.net il 6 giugno 2022

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