Risorgi, Cassandra, ma inutilmente

Per cominciare un plauso alla costumista, Nika Campisi. Non si può scendere nei dettagli  perché rovinerebbe l’effetto e la sua maestria è tutta da vedere e toccare con mano. Certo è che sono poche le attrici in grado di reggerne il peso con leggerezza, senza dare a vedere. Cosa?

Le infinite trasformazioni della profetessa Cassandra, scivolando come un serpente di muta in muta.   Cassandra è Sonia Bergamasco, attrice di grande presenza e solida formazione musicale, chiamata a dar voce a colei che ci chiede di non condannarla a tornar sulla terra. E invece il suo suona come l’estenuato  eterno ritorno di uno spirito in lutto, ad ogni ciclo più cupo e impotente. Cassandra parla da sempre a chi non l’ascolta e questa è da sempre la dannazione del mondo: non solo la sua.

Questo ci dice Resurrexit Cassandra, monologo scritto da Ruggero Cappuccio e diretto da Jan Fabre che ha debuttato al Teatro Grande di Pompei nell’ambito del Campania Teatro Festival e che ha già toccato Torino, Teatro Astra, per il circuito Teatro Piemonte Europa.

Trafitta da parole che solo a lei lasciano il segno, dalle sillabe ritmiche e le consonanti timbrate come la zeta delle zolle di terra colluse di gas, Cassandra ci parla attraverso una “bocca che è buco nero della verità”,   voragine che ha ingoiato bellezza e orrore e inutilmente rinasce per ricordare e allertare chi non vuole sentire.

Prima rigida e immobile, concentrata in un verso che esorta a chiudere gli occhi –“se veramente volete vedere, chiudete gli occhi” – poi sempre più duttile, sinuosa, infiltrata come acqua nelle pieghe di un mondo alla deriva, abitato da esseri inetti all’ascolto, non ciechi veggenti ma miopi dagli occhi sgranati su un presente istantaneo che non contempla futuro, Cassandra ripercorre la storia della nostra sconfitta. Fino all’agonia dei ghiacciai e agli arcipelaghi di plastica che galleggiano sul mare.

La scrittura scenica pensata da Fabre è una via crucis, in cinque fasi, segnate dalla presenza di serpenti di legno, o carapaci, o l’uno e l’altro, sculture che inalterate resistono allo sgretolarsi del tempo, senza stancarsi.

Invece lei di rinascere è stanca. Di quella stanchezza sfinita e umanissima che incarna lo scherno della ragione quando non può più nulla contro la stupidità del genere umano. ‘Questo è quel che vi meritate’, sembra dire con una risata irridente e giustizialista. Perché la colpa è morale: non ontologica. I colpevoli esistono eppure ogni suo richiamo è caduto nel nulla, sigillato da un anatema -maledetti! – ripetuto come un refrain.

L’invito implicito a una lucida e inderogabile assunzione di colpa reclamerebbe un risveglio delle coscienze e un’azione immediata per non soccombere, ma la menzogna che per indolenza ci raccontiamo da secoli prevale e pesa di più. Nelle note si legge di un ‘incomprensibile talento dell’uomo per l’auto-inganno’ e tant’è: raccontiamocela che di più non si può, rinviando ai posteri lo smascheramento, sempre e di nuovo.

La prova dell’attrice è potente e precisa, sicuramente faticosissima, inversamente proporzionale alla levità del gesto che accompagna il percorso.

Lo spettacolo sarà al Teatro Romano di Verona il 7 e l’8 settembre e poi a Napoli, al San Ferdinando, dal 23 al 28 novembre.

Pubblicato il 29 – 7 – 2021 su LiminaTeatri

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