Francesco Patanè (Idea)

Specifici non speciali

Un tempo li chiamavano attor giovani, che è qualcosa di altro da giovane attore. Qualcosa di più di una promessa sulla fiducia. È una promessa già mantenuta, con un lungo avvenire certamente foriero di arte e bellezza.

Francesco Patanè ha venticinque anni appena compiuti, la maturità di un uomo più grande che sa il fatto suo e la grazia di un adolescente raro e gentile che ascolta chi l’avvenire ce l’ha dietro le spalle. Voglio prendere a prestito il titolo delle memorie di un grande che attor giovane lo fu negli anni quaranta, Vittorio Gassman, genovese come Francesco, per il mio personale in bocca al lupo, con tutto il cuore, a questo attor giovane dei nostri giorni.  

Candidato al Nastro d’Argento come miglior attore non protagonista per il ruolo di Giovanni Comini ne “Il cattivo poeta” di Gianluca Jodice,  film (nelle sale in questi giorni) sugli ultimi anni di vita di Gabriele D’annunzio con Sergio Castellitto, Patanè interpreta il giovane federale fascista incaricato di controllare e spiare il vate per conto del regime.

Francesco, chi è Giovanni Comini?

Era il più giovane gerarca fascista in Italia, federale a Brescia, impegnato in un’impresa più grande di lui. La sua fiducia negli ideali fascisti, nelle promesse di un futuro migliore, è genuina.

Poi per fortuna incontra D’Annunzio

In realtà all’inizio si è sentito quasi tagliato fuori, investito di un incarico scomodo, visto che il clou di quello che stava succedendo accadeva altrove.

E invece?

E invece accanto al Vate incomincia la sua presa di coscienza e il suo cambio di rotta. Giovanni non incontra D’Annunzio sulla carta, sulle pagine, ma lo respira fisicamente, gli è costantemente vicino, contaminato dalla sua fantasia, vitalità,  energia, insofferenza. 

Fino a che punto un giovane come Comini durante il regime era libero di credere a valori alternativi al fascismo?

Infatti non era quasi possibile percorrere altre strade. Forse solo l’arte e la poesia ti permettono di intravedere possibilità alternative.

Ha senso parlare di un’umanità residuale che scalpita oltre la divisa?

Forse nel caso del mio personaggio succede proprio il contrario: il suo carattere, la sua naturale inclinazione è quella che più lo accomuna a D’Annunzio e al suo spirito libero. Ma rivestendo un ruolo in contrasto, cerca di negarla, di contenerla.

C’è in questo senso una scena molto indicativa in cui il padre, interpretato da Paolo Graziosi, mostra quasi soggezione nei confronti del figlio in divisa.

Infatti. Giovanni gli dice ‘papà, sono sempre io!’ In realtà pur non avendo ben compreso il ruolo che sta interpretando, lo riveste. Bisogna stare molto attenti al ruolo, anche sociale, che assumiamo. E alle sue conseguenze. 

Il personaggio di Comini è quello che più di tutti subisce una trasformazione. Una bella sfida per un attore: come si è preparato?

Ho letto la sceneggiatura molte volte ma già dalla prima ho sentito che si trattava di un racconto di formazione, al di là del fascismo e di D’Annunzio. Da attore ho pensato che non fosse possibile ignorare la storia di un essere umano che cresce, cambia, compie un percorso. Il fascismo e D’Annunzio sono per Giovanni occasioni di crescita che lui ha saputo cogliere.

Anche Francesco, mi pare. Se l’aspettava la candidatura al Nastro d’Argento?

Non me la sarei nemmeno sognata. Poi se penso agli altri attori della cinquina non riesco a crederci. 

Quando uscirà questa intervista lo sapremo già. In ogni caso gli attori in lizza sono Fabrizio Gifuni, Massimo Popolizio, Michele Placido e Vinicio Marchioni: un gran bel colpo comunque. Castellitto invece è nella cinquina attori protagonisti. Che incontro è stato?

L’ho spiato anche come attore. Dietro Giovanni che spiava D’Annunzio c’ero io che spiavo Sergio, agevolato dal ruolo. Ho subito pensato che fosse un fenomeno. Mi ha colpito l’umiltà e il rispetto nei confronti del regista e la professionalità da grande artigiano con cui accoglieva le sue indicazioni. È una mente brillante, con una grande cultura, ironico, gentile. A volte sembra che ti parli da una distanza siderale, a volte è vicino a te: una caratteristica che probabilmente accomuna Sergio e D’Annunzio.

Il cast al completo è composto da attori di teatro di altissimo livello: Tommaso Ragno, Fausto Russo Alesi, Elena Bucci, Paolo Graziosi, Orietta Notari. E anche lei arriva dal teatro. Una scelta?

Non lo so ma Iodice, che è al suo primo film, è un regista che ama molto il teatro.

Lei è diplomato alla scuola del Teatro Stabile di Genova e ha avuto ottimi maestri. Mi regala un ricordo di Marco Sciaccaluga?

Pochi incontri, purtroppo, eppure ci sono frasi e suggerimenti che mi resteranno  impressi per sempre.

Me ne dica uno

Sii specifico: non speciale.

Evviva. Parliamo invece dei suoi albori, quelli proprio molto lontani.

Mi sono iscritto a una scuola di teatro di Genova quando avevo sei anni e grazie alla mia prima maestra, Modestina Caputo, e a molti attori e attrici che ci ha fatto incontrare negli anni, mi sono innamorato del mestiere. Non avevo le idee chiare, ero affascinato dalla  parola e meditavo di fare l’avvocato.

L’avvocato?

Sì. L’attore e l’avvocato si combattevano.   

E poi?

Tosca mi ha detto: “ma che avvocato! Tu sei un attore”. Lei e Massimo Venturiello venivano spesso invitati dalla nostra maestra Modestina per tenere corsi e fare regie dei suoi testi.

Il rapporto con Venturiello è stato così fruttuoso che è approdato all’Antigone di Sofocle dove ha interpretato un bellissimo Emone.

Io fin da piccolo ho sempre guardato con grande religiosità agli attori di teatro. Incontrare Massimo è stato come sfiorare un alone che credevo inarrivabile e i suoi complimenti hanno agito su di me come una chiamata.

Qual è stato il primo insegnamento ricevuto da Modestina Caputo?

Prima di dire una battuta, dal silenzio, aspetta di sentire i campanellini.

E oggi cosa sono diventati, i campanellini?

Un richiamo non meno magico ma più sensuale, con tutte le luci e le ombre che può avere la carnalità. 

Box

Chi ha messo piede anche una sola volta alla Quinta Praticabile, la scuola genovese frequentata da Francesco bambino, non può non rintracciare un filo rosso tra quell’ambiente e il Vittoriale. Non è un’eresia: è l’incantamento che si prova di fronte alle cose quando le cose sono anime che raccontano storie, e le storie altre storie. È il respiro della memoria che alita sui  mobili, le suppellettili, i burattini, i manifesti incorniciati, la collezione di campanelli, il cavallino a dondolo e poi quadri, lampadari, specchi, statue, porcellane, cristalli, clessidre e libri, tanti libri sui quali il D’Annunzio di Castellitto si è lasciato morire. “Un museo di continue sorprese – dice Francesco – dove niente è prevedibile e tutto è straordinariamente vivo. Dove l’abbraccio del poeta è tangibile e le tracce del suo passaggio una fonte inesauribile di energia. Io l’ho vissuto con gli occhi di Giovanni dicendo a Francesco di non lasciarsi distrarre”. Casomai di rispondergli a tono quando era lui stesso a interpellarlo. “Perché il Vittoriale è una presenza vera e propria e quando ti dà la battuta non puoi non rispondere”.

Pubblicato su Idea il 24 giugno 2021

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