Luca Ronconi. Lo scultore del linguaggio

«L’insegnamento di Orazio Costa aveva come cardine la recitazione in versi … Recitazione corale in cui dovevamo tenere quei ritmi che lui voleva da noi. A prima vista, un lavoro esteriore, ma in quel recitare in coro che dava ai nervi a tanti giovanotti e signorine che volevano esprimersi a tutti i costi, io mi trovavo benissimo perché senza vergognarmi potevo fare cose che invece non avrei mai fatto se avessi dovuto esprimermi».
«Potevo fare cose». Partirei da qui.  Da questa dichiarazione di Luca Ronconi, tratta da Luca Ronconi. Prove di autobiografia, saggio curato da Giovanni Agosti pubblicato da Feltrinelli nel 2019. Si legge in prima battuta tra gli estratti che introducono la mostra  dedicatagli dal Teatro di Roma, visitabile fino al 20 giugno in un Teatro Valle allestito per l’occasione.
Tra i paletti posti da Orazio Costa, suo maestro in accademia, Ronconi “poteva fare cose”. Ovvero incominciare a liberare il suo rigorosissimo estro, che già allora aveva evidentemente poco a che fare con le esondazioni giovanili di anime in piena. Quelle che il giovane discepolo ravvisava invece tra i suoi compagni di corso, desiderosi di esprimersi “a tutti i costi”. Al di là della metrica, di ritmi e tempi da rispettare, al di là di tutto quello che sarà invece alla base della sua poetica. Il linguaggio.  Strumento eletto da fare a pezzi, da sviscerare e ricomporre, penetrare e ricreare con nuove sintassi e nuove visioni, verso inattesi orizzonti di senso.
I fondamenti della sua scuola di pensiero sono presenti fin dall’inizio,  nell’insofferenza un po’ cinica nei confronti di chi non sa stare alle regole. Giovanotti e signorine che chissà poi che fine hanno fatto.
Lui è diventato Luca Ronconi e ronconiano è detto il suo stile, la sua cifra inimitabile, molto spesso imitata.
Chi conosce i suoi lavori li ritrova in grande parte in questa mostra, concentrata sugli anni che lo videro alla direzione del Teatro di Roma, dal 1995 al 1999. Chi non li conosce farebbe bene a farsi un giretto lo stesso, soprattutto se un po’di teatro già lo frequenta o vorrà frequentarlo.
La sensazione che si prova è difficile da restituire. Da una parte c’è la vitalità di un organismo perfetto, che pulsa attraverso immagini che sono un tuffo nella memoria, capaci di innescare associazioni e ricordi; dall’altra la consapevolezza che un teatro così non esiste più, né ora né mai. E non certo perché ha fatto il suo tempo: anzi. È testimonianza perfetta dell’a-temporalità dei classici, dei monumenti che ci parlano ancora anche se noi non riusciamo a rispondere.
Ma veniamo al percorso. Si parte dal foyer dove sotto il titolo Gli esordi al Teatro Valle sono esposti con la curatela di Sandro Piccioni e la collaborazione del Centro Teatrale Santacristina, documenti  dedicati ai debutti di Ronconi come attore e come regista: estratti autografi, critiche, locandine. Una tra tutte, Tre quarti di luna scritto e diretto da Luigi Squarzina dove l’allievo Ronconi, che recitava come spalla di un giovane Vittorio Gassman, ottenne unanimi favori di critica. «La sera prima non ero nessuno, la mattina dopo la prima, le recensioni sui giornali erano piene di lodi per me».
Nella grande sala a sinistra, accanto alle fotografie che immortalano attori e scene cardine del suo immaginario – per esempio il telefono gigante che domina Alcesti di Samuele o Marisa Fabbri in tuta da giardiniere ne Il lutto si addice a Elettra – si è potuto assistere alla proiezione delle riprese video degli spettacoli prodotti per il Teatro di Roma, oggetto della sezione successiva, Lo sguardo di Luca, a cura di Gianfranco Capitta, che è il momento clou della mostra.  Un vero godimento.

In una platea irriconoscibile (una sezione di essa) sono disposte a debita distanza poche scomode sedie che però non indurranno a non soffermarsi. In scena le fotografie di Marcello Norberth si succedono a ruota come immagini mobili (installazione video di Luca Brinchi e Daniele Spanò) giocando con differenti profondità e prospettive, illudendo lo sguardo e suggerendo il movimento, mentre fuori campo la voce degli attori arriva chiara e sintonizzata. Re Lear, Pasticciaccio, Il lutto si addice a Elettra, I fratelli Karamazov, Questa sera si recita a soggetto, Alcesti e poi di nuovo Re Lear e poi di nuovo e di nuovo e di nuovo. Si può rimanere ore, sospesi in un tempo che è insieme concentrazione e dilatazione. Cinque anni e sei spettacoli in trenta minuti, o forse meno. Non basta, non si esce ottimisti. Ma si esce contenti. Grati alle scelte fatte nel tempo.

Pubblicato su Liminateatri il 23 maggio 2021

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