“La classe” per scoprire quanto il teatro ci sia mancato

Ho ricominciato con “La classe” e non poteva andare meglio.
Me l’ero perso per distrazione, indolenza, o forse persino per saturazione e necessità di prendere un po’ le distanze. Ben lungi dal sospettare che il teatro così presente e scontato nella mia vita sarebbe venuto a mancarmi.
“La classe” è come una vecchia valigia ritrovata in soffitta che non ti azzardi ad aprire con quella patina di polvere appiccicosa che ti tiene lontano. Dentro ci sono vecchi quaderni di scuola e pagine strappate di diario dove precipitava tutto quello che nei quaderni non era permesso.
Continuo a credere che ci siano sostanzialmente due modi di fare il teatro, diversi per esito e per approccio: il primo ha a che fare con la catarsi, il secondo no.
Il primo è quello per cui vado a teatro, il secondo è quello per cui mi domando perché sono andata a teatro.
La catarsi è quella sorta di gancio tra te e quello che in scena viene rappresentato. E tu non sei  solo lì e in quel preciso momento ma nei tuoi ricordi, sogni, incubi, dolori, gioie, desideri di urlare alzare le mani sbattere al muro chi ti ha fatto soffrire.
Poi la vita ti dà una piccola spinta e ti sposta più in là, in una zona tutt’altro che franca ma fatta di assilli diversi, di altre incombenze  e tu ti dimentichi del brutto e del bello, di prima e di poi. Finché a ricordartelo non è il teatro della prima maniera. Il teatro ti adesca, consapevole o meno, tirandoti fuori quello che avevi scordato: borghesemente, o per interiore necessità. La catarsi è questo: un laser che mentre illumina, scortica, ma poi ti medica o almeno ci prova.
Ecco, questo lavoro di Fabiana Iacozzilli che mette in scena uno spaccato feroce dei suoi anni di scuola elementare, fa i conti con la catarsi e li fa  prima ancora di porgerlo a noi, cercando in sede di prove la forma adeguata.
“Ho messo a fuoco le incandescenze che racconto nello spettacolo proprio durante il periodo in cui lo stavamo lavorando – dice la regista a Renata Savo in un’illuminante intervista per Limina Teatri -. Si tratta di cose che probabilmente già si conoscono di se stessi ma un conto è saperle, un conto è vederle perché risaltano davanti agli occhi in modo nitido”.
Che è, precisamente, quello che succede in questo spettacolo con cinque performer e quattro pupazzi detto anche docupuppets.
Ed è anche quello che dovrebbe fare il teatro, almeno ogni tanto: farti vedere meglio quello che sai, o che non sai ancora ma che c’è, da qualche parte, mimetizzato, tacitato, nascosto in fondo al pozzo.
Così succede che nell’assistere a “La classe” e alle angherie quotidiane di questa suora maestra ricordata anche da voci fuori campo di ex allievi, ci si possa molto molto irritare.
Con un mondo arcaico non ancora sepolto, un mondo che molti di noi hanno conosciuto, qualcuno ha scontato, qualcun altro solo sfiorato, per interposta persona. Un mondo fatto di bullismo senile, di infelicità debordante riversata su bambini indifesi, di intimidazioni e ricatti che interferiscono con la percezione ancora abbozzata della giustizia, di soggezione omertosa alle istituzioni che paralizzano ogni tentativo di ribellione.
Forse anche un mondo di scelte interdette, vocazioni imposte, percorsi tracciati da altrui volontà.
Ma non è solo la rigidità di un sistema obsoleto che viene messa sotto accusa in questo spettacolo, ma la sottile e strisciante cattiveria di chi detiene il potere e ne abusa, umiliando e schernendo impunito. Ecco, questa cattiveria travasa e arriva fino a noi, ognuno vittima dei propri cattivi ricordi, ognuno carnefice della sua personale suor Lidia,  messa alla gogna dalla finzione che si fa verità: lei e il suo ghigno, il suo odore pesante, i suoi pizzichi forti sugli zigomi fragili, le premeditate percosse capaci però di preservare gli occhiali. Ognuno di noi è partecipe di un contrappasso esemplare, ognuno condivide come può e cosa vuole, liberato da questa catartica piccola opera.
Perché al di là di compromissioni personali più o meno ristrutturate c’è,  in questi quattro bambini di pezza, una gran poesia. Così innocenti da non avere imparato a mentire sono più veri e sinceri dei nostri ricordi e anche per questo ce li fanno rivivere.  Loro e i loro piccoli banchi, le loro cartelle, gli occhialoni da miope, i loro sguardi impauriti, i sospiri, gli scatti del corpo quando brutti rumori li mettono in guardia, la solitudine triste, moltiplicata per ognuno di noi.
C’è una gran precisione da parte dei performer e della regia, nell’orientare e sorvegliare i rapporti, i movimenti minimi, impercettibili, le posture, gli equilibri, gli sguardi di questi bambini rinati di pezza per guarirci la carne, nel gestire le poche luci di taglio, le torce, nel ricreare gli spazi spostando semplici tavoli o una lavagna.
E poi c’è la drammaturgia dei suoni di Hubert Westkemper che garantisce sempre. Dissonanze e interferenze di rumori forti, metallici, suggestioni a volte disturbanti come il gessetto che raschia sulla lavagna di ardesia, respiri affannati e impauriti che si dilatano per raccontare il disagio intimo e castigato di creature indifese.
E ti viene la voglia di portartele a casa.

La classe
uno spettacolo di Fabiana Iacozzilli | Cranpi
collaborazione alla drammaturgia: Marta Meneghetti, Giada Parlanti, Emanuele Silvestri
performer: Michela Aiello, Andrei Balan, Antonia D’Amore, Francesco Meloni, Marta Meneghetti
Scene e marionette: Fiammetta Mandich
Luci: Raffaella Vitiello

Pubblicato su oltrecultura.it l’9 maggio 2021

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