“Bip”, il rumore del lockdown nel libro di Alessandra Bernocco di Renata Savo

I fili attorcigliati delle nostre vite contratte in tempo di pandemia lentamente si districano, percorrendo un tunnel di cui si vede pian piano l’uscita. In fondo, l’estate. Un barlume di serenità, di speranza. Alle spalle, il buio immobile del lockdown. Forse stavolta non si tratterà soltanto di una tregua. Con una indispensabile fiducia nel cuore, vogliamo immaginare che i vaccini porranno fine a questo capitolo della nostra esistenza e che noi potremmo rinchiuderlo dentro a un cassetto per farne poi tesoro all’occorrenza, come tutte le esperienze positive o negative che siano. Accanto, forse in un altro dei nostri cassetti della memoria, ci troveremmo un libro con la copertina raffigurante il dipinto di una goccia d’acqua che cade riversandosi in altra acqua. Sotto lo specchio trasparente, dai riflessi verdi, azzurri e violacei, il rosso pulsante di alcuni pesci rossi. Mute presenze, vive ma nascoste, le immaginiamo circuire uno spazio angusto in un vortice senza inizio né fine. L’immagine è una riproduzione grafica di un dipinto a olio di Franco Blandino, così descritta dallo stesso artista: «Ci sono diversi elementi: i pesci rossi, il tempo sospeso in quella goccia che rimbalza e per un attimo vive una sua vita prima di tornare a confondersi tra le infinite altre gocce, l’acqua che riflette ed è però anche trasparente, trasparenza attraverso cui si intravedono i pesci, ma che potrebbe celare tante altre cose, tanti altri pesci, tante altre storie». Il libro, invece, è Bip – Il rumore del tempo sospeso, pubblicato da Dialoghi Edizioni per la collana Sussurri. Lo ha scritto Alessandra Bernocco, giornalista freelance originaria della provincia di Cuneo e trapiantata a Roma, dove si occupa prevalentemente di teatro e di narrativa. Bip è una raccolta di ventotto schegge «umorali» (così le descrive l’autrice), racconti che si riguardano l’uno con l’altro ma in cui le identità volutamente si disperdono, infrangendosi con situazioni di straordinaria quotidianità in una Roma deserta. Come la protagonista e le altre figure che le ruotano intorno, ciascuna con le sue manie, così siamo stati noi, durante il lockdown. Connessi ma non in ascolto. Vicini ma distanti. Presenti ma assenti. Noi e i vicini di appartamento. Noi e gli amici o i parenti sul display del telefono. Noi e le persone in coda al supermercato. Noi e, ancora, noi stessi. Che ci guardiamo allo specchio e non ci riconosciamo. Che abbiamo smesso di avere cura per il nostro corpo, ma conserviamo le nostre manie. Il libro descrive quel senso di apatia vissuto durante il primo lockdown, o meglio, quell’altalena di emozioni ambivalenti, e in questo senso bip-olari. Sono rievocati i sensi, le angosce, la maledetta sensazione che il tempo scorra senza alcuno scopo, semplicemente per inerzia; sentimenti che convivono assieme alla possibilità per ciascuno di riappropriarsi dei suoi spazi interiori, dei propri ritmi vitali ma al prezzo di ridursi a mero corpo biologico, a una «carcassa» (come si legge in più punti del libro). Spogliati della nostra essenza. Corpi tra corpi. Gocce tra le gocce. E non a caso, nel capitolo 18, la protagonista sopporta il tormento di aver perduto il suo documento di identità.
Il tempo a disposizione, dilatatosi improvvisamente, sembra un’ossessione che soffoca e che dà origine a una sorta di allucinazione: «è come intasato da tante piccole dighe senza una vera funzione se non quella di interrompere il flusso e con il flusso la navigazione. / Non ha mai navigato con il vento in poppa, ma ora vento o non vento ha smarrito il senso e la destinazione.  / L’orizzonte non c’è e se c’è è invisibile agli occhi. Nascosto dietro una coltre di nebbia che emana odori cattivi. Non si naviga, non si cammina, non si sa verso dove remare. Si galleggia a fatica per non affondare: niente di più», si legge invece nel capitolo 16, La noia.
Si intuisce bene che la stesura del libro rappresenti nel percorso letterario dell’autrice un incidente di percorso inevitabile e necessario. Necessario perché terapeutico – e questa terapia valga anche per il lettore – rispetto a uno smarrimento che non era stato previsto, analogo nell’aspetto alla depressione ma che depressione non è. Un sentimento, piuttosto, che nel 2021 è stato definito dallo psicologo Adam Grant languishing, un continuo languire che non conosce gioia, che si manifesta quando la vita ci appare senza obiettivi. Un perdere se stessi e la destinazione della nostra esistenza, come se ci sforzassimo di guardare l’orizzonte da un finestrino appannato. E il libro è anche un incidente di percorso, appunto, perché la scrittura ha rubato il tempo ad altri pensieri e progetti, altre visioni, altri immaginari, e anche, sicuramente, a tante critiche teatrali. Un libro urgente che tuttavia Alessandra Bernocco, anche critica teatrale infatti, non ha scritto di getto, ma con la calma permessa da questo tempo paradossale e assurdo. La calma di cui queste parole avevano bisogno per risuonare, tra un bip e l’altro, sedimentandosi per vivere al posto di qualcun altro, sulla pagina o, perché no, tra le parole di attori, come anche è avvenuto, ad esempio, in occasione di una presentazione online del volume introdotta dall’attore Oreste Valente e accompagnata dagli interpreti Sonia Barbadoro, Giampiero Cicciò, Maurizia Grossi, Elena Polic Greco.

Alessandra Bernocco, Bip – Il rumore del tempo sospeso, Dialoghi Edizioni, Viterbo, 2021, pp. 92, euro 12,00. Illustrazione in copertina di Franco Blandino.

Recensione di Renata Savo uscita il 29 aprile su Limina Teatri

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