Appunti per una fenomenologia dell’anale

Sfogo mattutino tra rigurgiti e reminiscenze

Mio papà usava indicare la tensione emotiva che si vive in situazioni di imminente pericolo, alludendo a uno stato fisico che non lascia grande spazio all’immaginazione: non mi passa uno spillo. Ecco, io penso che quello stesso stato fisico descriva molto bene anche una brutta inclinazione dello spirito, ancor più brutta quando da inclinazione si fa comportamento. Chi si è fatto due paginette lo chiama comportamento anale e sa che è tipico di chi trattiene, di chi non lascia fuoriuscire dal proprio sfintere nemmeno un debole simulacro di bellezza che non coincida con il riflesso di sé, tuttalpiù con le emanazioni corrette del proprio splendido ego. Una parola gentile, un gesto a costo zero o fosse pure a costo modico, la partecipazione rilassata al sollievo o all’allegria, un onesto riconoscimento dell’altrui sussistenza, anche quando è autonoma e non solo a servizio dello spirito altrui. Tutto è trattenuto, indurito: tenuto stretto nelle proprie budella finché non fermenta – perché fermentare, fermenta –, e quando fermenta ecco il vuoto che avanza: un’enorme onda di vuoto  che prende forma dalle natiche sempre più strette e si espande lontano, di orbita in orbita: spariti i respiri, sparite le voci, sparite le facce e i nasi arricciati. Già: i nasi.  Nasi che riprendono la loro funzione, liberati e liberi, i buchetti che ridono, ubriachi di menta e di rosmarino.

Gli anali invece restano lì, ignari e ridicoli e gonfi di orrore, a inanellare catene e catene di inenarrabili gaffe, a promettere domani per non concedere oggi, a scalpitare e scalciare in cerca di chissà quali rigori senza l’ombra di un pallone tra i piedi, a provare e riprovare a correggere il tiro riciclando i bruscolini del marchese di  Forlimpopoli. Oppure frignano e mugugnano e arricciano il naso ma come arricciano il naso solo gli anali: che quando li vedi  capisci perché si dice faccia di culo.  

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