La noia

E quel confine sottile tra mala education e falta de education

Pubblico per gioco il 16° umore di una raccolta di 28

Genera mostriciattoli, la noia. Non veri mostri degni di non andare perduti. Solo mostriciattoli che non fanno effetto a nessuno, da cestinare, dimenticare, nascondere in un file protetto da password.

Il tempo a disposizione è come intasato da tante piccole dighe senza una vera funzione se non quella di interrompere il flusso e con il flusso la navigazione. 

Non ha mai navigato con il vento in poppa, ma ora vento o non vento ha smarrito il senso e la destinazione.

L’orizzonte non c’è e se c’è è invisibile agli occhi. Nascosto dietro una coltre di nebbia che emana odori cattivi. Non si naviga, non si cammina, non si sa verso dove remare. Si galleggia a fatica per non affondare: niente di più.

E allora si affaccia la noia e con la noia, altra noia. È come un virus, la noia, che ti reclama vivo per attecchire e ti lascia in pace solo se muori.

Allora non le resta che fingersi morta nella speranza che il virus ci caschi e se ne vada altrove, sconfitto. Da quando si è barricata in casa ha dato vita a una forma endemica di tanatosi, molto simile a quella di certi insetti che devono difendersi dai predatori. Sembra incorporata al letto che si porta dietro anche quando non dorme,  quando dalla posizione supina guadagna a fatica la postura eretta trascinando i piedi scalzi verso il pc il frigorifero la vasca da bagno e non ne vuole sapere di recuperare un involucro che ricordi la vita, non sia mai che il virus si accorga che non è ancora carcassa.

Da carcassa invece prova a inviare un po’ di inutili email di pseudo-lavoro che non riceveranno risposta. Ormai ha preso piede la consuetudine del silenzio dissenso, talmente invalsa da non suscitare nessuno stupore. Non sono solo cambiate le regole: è in atto una vera e propria mutazione delle relazioni tra simili, un sovvertimento ideologico su cui si fonda una nuova etica e un nuovo senso comune. Se non ti piace così sei tu anacronistico, sei demodé, sei bacchettone.

E lei bacchettona lo era e, non per vantarsi, se ne vantava.

Ormai si sbatacchiano tutti la schiena, sommersi da centinaia di email uguali alla sua, nascosti dietro la propria ombra, incuranti dei social che fanno la spia. Si sparisce evaporati nell’etere e i bacchettoni si mandano dritto dritto nel gas.

Stupire no, non si stupiva. Ma diventava feroce: si inferociva.

E come riusciva a placare la bestia, gli altri non sanno.

Sembrava uscita da un film sui manicomi avanti Basaglia, o proprio direttamente dal manicomio, quando ti chiudevano dentro solo perché fuori non c’era posto per tutti.

Addosso ha la solita t-shirt bianca decisamente usurata, la stessa di notte e di giorno, ormai confusi in un tempo inutile e senza scansioni; i capelli paiono un groviglio di saggina mal tinteggiata; gli occhi spalancati pressoché immobili non guardano e aspettano che prima o poi succeda qualcosa o arrivi qualcuno a dire qualcosa.

Per esempio che è stato tutto uno sbaglio: non essere al passo coi tempi, non essere al passo col tempo, non essere al passo con chi è sempre due passi avanti, non essere al passo e basta. È un attimo sentirsi sbagliati quando non riesci a essere al passo. Finisce pure che è giusto. Finisce che ti dicono che te lo meriti. Finisce che è vero che te lo meriti. Finisce che è giusto che te lo meriti.

Esce sul solito balcone e guarda in su dove la solita signora con i soliti tacchi indossa le solite sabot di gomma fucsia e fa le solite domande che restano sempre senza risposta.

«Lei ci crede che i pesci rossi impazziscono nelle vasche rotonde?»

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