Come si racconta una strage 19 luglio 1985 – Una tragedia alpina

Ripensando a Marco Paolini e al suo Racconto del Vajont, all’operazione che è stata, al consenso conquistato sul campo, passo passo, a partire dalle prime rappresentazioni informali: nelle fabbriche, nelle piazze, nei circoli culturali e persino nelle case private, fino a  entrare di diritto nella storia del teatro civile, consolidando un genere che avrebbe preso ampiamente piede – il teatro di narrazione affidato a un singolo interprete, spesso anche autore e regista – la domanda sorge spontanea.

Può un suono, o meglio una ‘nuvola di suoni’, evocare una massa di fango che tracima, scardina gli argini e abbatte i muri fino a seppellire alberi paesi persone?

È quanto sostiene Filippo Andreatta, fondatore della compagnia OHT (office for a Human Theatre) che persegue un’idea di teatro emancipato dalla parola e dal testo scritto, teso a cercare in codici altri la fonte di un’emotività compressa da liberare.

Siamo in quel terreno sconfinato che è il teatro performativo e immediatamente si affaccia una prima differenza: che la musica, i suoni, le immagini siano o possano essere veicolo di emozione è chiaro – emozione buona o cattiva, disturbante, inopportuna – ma che abbiano in sé la capacità di restituire un’emozione legata a un evento determinato, di sciogliere grumi compressi, di suscitare partecipazione, dolore, indignazione, rabbia, vicinanza, è un passo oltre.

Nel caso specifico al centro dello spettacolo titolato 19 luglio 1985 – Una tragedia alpina, presentato a Romaeuropa festival e pezzo di repertorio della compagnia, c’è il disastro della Val di Stava, in Trentino: un’inondazione di fango causata dal cedimento degli argini dei bacini di decantazione della miniera del monte Prestavel.  180.000 metri cubi di fango a novanta chilometri all’ora che in una manciata di secondi inghiottì tutto quello che si trovava nel tragitto di quattro chilometri. Morirono 286 persone e il paesaggio naturale e architettonico venne completamente stravolto.

Lo spettacolo ce lo dice (o ce lo ricorda) attraverso una prima immagine, potentissima, di un grande abete sospeso nel vuoto che ruota su se stesso e oscilla senza ritmo, sorta di scheletro o reperto o traccia di qualcosa che non c’è più, nonostante i ronzii e i cinguettii e la pioggia che cade, suoni flebili e appena percettibili che appositamente disdicono quell’attestato di morte. Lo spettatore è anch’egli sospeso in uno stato di attesa, di calma apparente, di interrogazione, finché un rumore forte, uno schianto, non imprime una scossa. L’albero è a terra, segno visivo e sonoro, e quindi emotivo, dell’avvenuta catastrofe.

Usa la parola catastrofe, Andreatta, attinta dalla tragedia greca, per indicare il rovesciamento: non già della storia che porta alla catarsi, ma proprio del fango. Il rovesciamento qui è letterale. Non genera catarsi ma il vuoto, il nulla che resta dopo che la valanga di fango si è rovesciata sul tutto che ormai non è più.

E allora come restituire quel vuoto se si decide a priori di non raccontarlo, se si sceglie una cifra diversa dalla narrazione dei fatti? La soluzione il regista la cerca nel coro greco (qui rappresentato dai 25 membri dell’Ensemble Continuum) la cui presenza e potenza anche simbolica è “una dichiarazione di guerra al naturalismo in arte”.

Ma tutto il lavoro di Andreatta è una dissociazione dal naturalismo e dalla centralità dell’attore e della parola detta. Non solo il coro chiamato a rappresentare l’irrappresentabilità di una catastrofe che non si può dire ma solo evocare: anche la presenza del sismogramma della valanga, palese astrazione con funzione non sostanzialmente diversa dalle immagini della valle prima della tragedia, che verranno srotolate come cartine geografiche, e le parole stesse, non dette ma scritte e proiettate su velatino, che ripercorrono le diverse fasi della tragedia fino alla svolta definitiva che sancisce la colpa.

Le parole raccontano, le parole spiegano come sono andate le cose. Il coro non dice ma fa detonare le parole che il pubblico legge, amplifica e sottolinea il peso della colpa.

La commissione ministeriale d’inchiesta accertò che “tutto l’impianto di decantazione costituiva una minaccia incombente sulla vallata. L’impianto è crollato essenzialmente perché progettato, costruito, gestito in modo da non offrire quei margini di sicurezza che la società civile si attende da opere che possono mettere a repentaglio l’esistenza di intere comunità”.

Troppe tragedie annunciate ci tornano in mente, anche molto recenti. E sale la rabbia, l’impotenza, il senso di profonda ingiustizia di fronte alla vulnerabilità di molti e al menefreghismo di pochi.

Allora sì, il vuoto tangibile di quella scena di un biancore totale e innaturale, quella massa densa di voci indistinte che avanza informe verso la platea, senza una direzione precisa, come a volerla inondare, fa effetto davvero.

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