Alessandra Bernocco una vita… a teatro

Pubblico questa bella intervista che mi ha fatto Fiorenza Barbero per La Fedeltà, dopo una lunga chiacchierata al caffè Righini, davanti a un caffè shackerato e un ordinato viavai di mascherine che segnano questi tempi strani in cui cerchiamo di non perderci di vista. Ringrazio Fiorenza per il tempo dedicatomi e perché le sue domande mi hanno aiutato a raccontarmi con un po’ di chiarezza.

Fossano“Sopravvivo impastando parole. Parlo da sola ma amo cucinare per gli altri e se voglio bene a qualcuno prima o poi lo invito a cena”. Questa la   presentazione sul profilo Instagram che, con taglio chirurgico, racconta chi è.

Lei è Alessandra Bernocco, fossanese doc (per tre quarti piemontese e un quarto napoletana, da parte della nonna paterna) che incontro di persona perché, dopo il lungo lockdown, è tornata nella sua città a trovare sua mamma Piera.

L’amore per il teatro ha segnato la sua esistenza fin da giovanissima, portandola a scelte coraggiose che l’hanno allontanata da Fossano (oggi vive a Roma). Una passione nata lentamente, poi diventata ragione di vita.

Laureata in Filosofia all’università di Torino, tanta gavetta in numerose testate giornalistiche cartacee e online dove si è occupata di cultura e di teatro, con sporadiche collaborazioni in uffici stampa a cui negli anni ha intervallato corsi di drammaturgia. Per una decina di anni, vincendo l’ansia di parlare in pubblico, è stata insegnante di “storia del teatro” in una scuola per  attori e registi. Per dare estro alla sua creatività e voglia di fare, dal 2000, nella casa dove vive gestisce un B&B (una stanza nel cuore di Roma). Di recente per i tipi di Robin Edizioni ha pubblicato il suo primo libro “Suite Bohémien”, presentato lo scorso anno alla fondazione Sacco della nostra città.

Una vita intensa quella di Alessandra che lascia poco spazio al tempo libero, in cui il lavoro sconfina nella  passione.

Alessandra il tuo amore per il teatro quando nasce?

Presto, quando Beppe Maiolino e sua moglie Maddalena organizzavano le trasferte a Torino per assistere a spettacoli di prosa e di danza. Dopodiché non ho più smesso, facilitata dal fatto che per l’università mi ero trasferita a Torino.

E qui hai iniziato a frequentare in modo più assiduo il teatro…

Sì, il Regio, il Carignano, l’Alfieri ma anche l’Adua e lo Juvarra, più improntati al teatro di ricerca.

Mi pare di intuire che non ti sei accontentata di  guardare al teatro come puro svago, hai voluto approfondire e conoscere andando oltre al palco.

Ho voluto rompere  il giocattolo per vedere cosa c’è dentro. Ho seguito diversi laboratori di scrittura teatrale, il primo mille anni fa con Alberto Gozzi e il gruppo della Rocca di Torino e tuttora seguo le prove tutte le volte che posso e che me lo permettono. L’ultima volta con Nemico del popolo, un testo attualissimo di Ibsen che parlando di acque inquinate inscena il conflitto tra interessi personali e bene comune.

In seguito sono nate collaborazioni con testate giornalistiche di settore e non dove hai scritto anche di altri argomenti.

Ho collaborato con Avvenimenti, Europa, l’Unità.tv, multiversi e attualmente con Articolo Uno, occupandomi di teatro e non solo. Mi diverto a fare il jolly. Su dramma.it  scrivo recensioni e sto pubblicando una serie di interviste sul teatro di parola. Ma tutto è cominciato con la rivista Mille palchi, un ciclostilo molto artigianale che però  mi ha permesso di iscrivermi all’ordine dei giornalisti.

Perché ti sei trasferita a Roma?

Perché il teatro a Roma era molto vitale. Mi sono innamorata di Roma, una città fatta di tanti quartieri che ruotano attorno a un centro storico. Ognuno è come fosse un paese, con la sua autonomia, i suoi punti di riferimento. I primi tempi vivevo accampata, ospite di amici, poi ho cercato una sistemazione più stabile.

E l’hai trovata?

Con fatica, sì. Cercare casa a Roma è un’impresa titanica. Abito a Monteverde, sopra Trastevere, un quartiere tranquillo, a pochi passi da villa Pamphilj, non lontano dalle strade in cui Pasolini ha ambientato Ragazzi di vita.

E contestualmente, dal 2000, hai deciso di sperimentare la gestione di un B&B.

Una camera. Ci ho provato e funziona a parte ora che, con il post Covid, i turisti soprattutto stranieri non possono nemmeno partire.

Veniamo al libro. Come è nato?

Riordinando materiale sparso archiviato nel tempo. Io scrivo da sempre: annoto riflessioni, pensieri, osservazioni su luoghi, persone e situazioni e un po’ di tutto questo è precipitato nel romanzo.  

Titolo curioso… “Suite bohémien”. Puoi parlarcene?

È la storia di una  coppia che non funziona, che non ha niente in comune se non la gestione di un B&B. In realtà è una scatola, un pretesto per parlare anche di altro: arte, lingua, scorci di Roma noti e meno noti, cibo e anche di teatro che avevo deciso di lasciare fuori, ma è entrato di prepotenza, e ho ceduto le armi.

Che rapporto hai con i tuoi personaggi?

Molti sono ispirati da persone reali, vicine o lontane, naturalmente rivisitate. Ma è una camminata a due, anche se spesso sono loro a decidere cosa fare e dove andare.

Come sei arrivata alla casa editrice Robin di Torino?

Nel modo più semplice: inviando il manoscritto.  Mi hanno  risposto che erano interessati e mi sono trovata bene.

Che cosa rappresenta per te la scrittura?

Della scrittura mi affascina la plasticità, la possibilità di dare forma a pensieri e sensazioni, di fermare dei momenti cercando un sound, un ritmo. Non so scrivere di getto né credo sia garanzia di autenticità. La scrittura per me è un lavoro anche ossessivo, esercitato sui pensieri, sui sentimenti, sulle emozioni che cercano forma attraverso le parole. È il prodotto di un impegno, un traguardo.

So che cucini molto bene.

Mi diverto, mi piace inventare sulla base di ricette già sperimentate,  mettere le mani in pasta, affondare le dita nella farina a fontana, fare la frolla, gli gnocchi di patate svuotati con la forchetta. Adoro cucinare cibi che si trasformano con la cottura: perché lievitano o comunque cambiano aspetto. Partire dalla materia prima per arrivare al prodotto finale.

Piatto preferito dagli amici romani?

Cucino spesso i nostri flan con verdure varie e sono molto apprezzati.

Chi ti conosce dice che “manipoli le parole come gli ingredienti per farne una cosa terza”. Un bel complimento…

Bellissimo. Manipolare la lingua e le parole per farne un prodotto altro è ciò che mi motiva a scrivere.

Dunque secondo te esiste una relazione tra cibo e scrittura?

Certo, sono legati a filo doppio. In entrambi i casi si trasforma la materia in qualcosa d’altro attraverso il lavoro, la manipolazione di ingredienti o di parole e suoni. Attorno al cibo e a una tavola imbandita nascono incredibili racconti di vita, progetti, confidenze. E scrivere di cibo è molto sensuale.

Il cibo riporta  in particolare alla vista e all’olfatto…

Vero, le madeleine di proustiana memoria sono anche questo.

Tu hai la tua personale madeleine?

La limonaria.  Quando sento quel profumo, mi rivedo bambina nel cortile della casa di  Chiusa Pesio, con mia nonna materna e tanti cugini.

Che tipo di teatro prediligi?

Il teatro di parola, quello in cui il regista e gli attori sanno leggere tra le righe del testo e tuttavia lo rispettano, e te lo restituiscono in modo diverso da come te lo aspetteresti.

In questo tipo di teatro, l’abilità dell’attore qual è?

Saper far vibrare le parole, veicolando il pensiero che ne sta dietro.

Autori?

Shakespeare, Samuel Beckett, il padre del teatro dell’assurdo, ma governato da una logica ferrea. E poi Strindberg, Lorca. E tanti altri. Amo la figura di Antigone in tutte le sue riproposizioni: il fatto che la legge non sia sempre giusta, purtroppo, lo riscontriamo tutti i momenti.

Al cinema?

Tra i registi italiani di adesso mi piace Matteo Garrone perché mi sembra sappia confrontarsi con quella che in teatro si chiama catarsi, lo spettatore è compromesso emotivamente, almeno io lo sono sempre, anche quando vedo un suo film per la seconda volta, che è un po’ la prova del nove.  Tra i grandi classici scelgo Ingmar Bergman, che per me realizza la quadratura del cerchio da un punto di vista sia emotivo sia strutturale. Parole e immagini sono nette, cristalline, necessarie, mai pleonastiche o ridondanti. E Truffaut, L’ultimo metrò è uno spaccato di teatro attraverso il cinema.

Tra gli attori che hanno fatto la storia del teatro italiano, sei venuta in contatto con qualcuno in particolare?

A parte gli amici che tra l’altro mi hanno aiutato nella presentazione del libro, ho conosciuto bene Giorgio Albertazzi. I suoi laboratori non erano rivolti solo agli attori ma a tutte le figure che ruotano intorno al teatro. Una bella  sfida per me che sono timida e introversa. Giorni e giorni blindati in una stanza con degli sconosciuti a cercare di mettere insieme qualcosa di presentabile. Era un artista generoso e un maestro  grato agli allievi che lo sceglievano. E io gli sono riconoscente per avermi accolta. Molti amici che frequento tuttora li ho incontrati ai suoi laboratori.

Tu hai anche conosciuto Aldo Nicolaj, vuoi parlarcene?

Ricordo una piacevolissima chiacchierata nella sua casa di Fossano. Io ero appena laureata, avevo tante idee ma confuse e non avevo ancora combinato nulla e lui era stato estremamente cordiale. I suoi testi sono brillanti, surreali, autentici. Maledettamente veri. Molto impegnativi da portare in scena. Se sbagli un respiro, ti giochi la battuta. Bisogna essere attori rodati per interpretarli.

Si dice che gli scrittori siano dei solitari. Tu sei tra quelli?

Sono una solitaria che ama la condivisione a tempo determinato. Ma sono insofferente e insopportabile. Ho ritmi sfasati, sono scorbutica. A volte quando rientro da teatro mi metto al computer e poi se non crollo dal sonno capita pure che mi metta a fare una torta.

Tempo libero?

Cammino per Roma e mi riprometto di fare ginnastica. Scrivo di teatro, mostre e frivolezze varie, e dunque non ho un gran bisogno di tempo libero.

Un ricordo di Fossano che porti nel cuore…

Il circo, che rappresenta anche il mio primo incontro con lo spettacolo. Quando arrivava ero eccitatissima e andavo almeno due volte, una alla sera con i miei genitori e una al pomeriggio con le amiche. Mi ricordo che mio papà, che era molto generoso, acquistava dei biglietti a perdere (“Devono dare da mangiare agli animali”, diceva). Ma Fossano la vivo al presente. Ci torno spesso. Ci vive mia mamma e mio fratello con la sua famiglia. Ho due nipoti che adoro e dopo un po’ mi mancano. Ho amici e da un po’ di anni organizziamo dei cenacoli tra compagne delle medie, una sezione tutta femminile. Incredibile.

Progetti?

Tempo fa ho scritto dei racconti e durante il lockdown brevi schegge umorali. Devo assemblarli. Nel frattempo sto lavorando al mio secondo romanzo ambientato tra Torino e la Praga precedente la Rivoluzione di Velluto.

Consiglio a un giovane che voglia cimentarsi nella scrittura?

L’unico consiglio che mi sento di dare, considerato il mio curriculum bizzarro ed essendomi esposta piuttosto tardi con la prima vera pubblicazione, è di leggere e scrivere. Credo poco nei corsi dedicati, ma magari sbaglio.

Segnaliamo il sito www.verbamanent.home.blog dov’è riportata la maggior parte dei suoi articoli e il canale youtube Alessandra Bernocco dove si possono ascoltare alcuni estratti dal libro letti da amici attori.

Intervista a cura di Fiorenza Berbero uscita su La Fedeltà il 9 – 9 – 2020

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