La memoria del corpo

Capitolo 9 di Umori di quarantena

La luna piena ci prova a rischiarare la notte ma tutto quaggiù è disperatamente nero. Il nero corrompe i colori più accesi. La luce se c’è è livida e finta. Il termometro segna 16 gradi ma lei sente freddo. Si copre e si scopre istericamente. Il suo corpo è a disagio. La primavera sembra accordata al suo stato d’animo ed è diversa da tutte le altre. Il suo stato d’animo è stretto da morse feroci che lo costringono dentro un recinto di fili spinati. Il senso di colpa l’accusa di non schiaffeggiare il suo stato d’animo. È persecutorio il suo senso di colpa. Persecutorio e molesto. Un ronzio. Una goccia che picchia cadenzata e incessante mentre cerca di prendere sonno. Una mano troppo bianca che insiste mollemente su un corpo che la rifiuta.

Sono le due e lei decide di uscire. Anzi non decide più nulla. Si ritrova per strada senza avere deciso. Cammina veloce e sente i suoi passi nel silenzio assoluto di quella notte romana di metà aprile. Non avrebbe dovuto uscire di casa, lo sa. Ma non ha scelto di uscire. Ha seguito il suo corpo in cerca di pace e chissà dove arriva. 

Scende a Trastevere e il vuoto è terrifico. Il quartiere brulicante di gente di notte e di giorno è stato inghiottito da un mostro. Piazza Santa Maria è enorme. Sembra che le case arretrino per fare più spazio al vuoto che incombe. La fontana è inutile senza qualcuno che ne ascolti il rumore. La chiesa sa che resterà a lungo deserta. La Madonna allatta il Bambino nel buio perché le donne ai suoi fianchi con le lampade in mano non hanno più luce per illuminarla. L’horror vacui è dovunque. Tutto è pieno di vuoto.

Lei maledice il suo corpo che l’ha portata fin lì e avvia una lotta a perdere che durerà fino all’alba. Il suo corpo la sposta senza domandarle il permesso, senza concordare la direzione.

Piazza Trilussa pulita non è mai stata così inospitale. Le sedute sulle quali i ragazzi stazionavano ore sbevazzando e gesticolando e biascicando parole in lingue inventate, dove i turisti si arrendevano alla stanchezza restando in silenzio a guardare svogliati altri turisti passare, ora sono soltanto scalini. Non ha mai visto prima quegli scalini. È come ubriaca. Barcolla e le viene il singhiozzo. Nessuna lattina di coca o di birra rotola più, nessuna fetta di arancia o limone succhiata e avanzata da uno spritz o un Martini le dà il voltastomaco, nessun bicchiere di plastica, nessuna cannuccia, nessuna cartaccia abbandonata con sfregio può più infastidirla. Non può imprecare contro nessuno e si sente ubriaca.

Ponte Sisto le suggerisce di tornarsene a casa ma è sempre il suo corpo a non dargli retta e questa volta ha ragione. Il ponte che si specchia nel Tevere è un prodigio di architettura provvisoria e perfetta, il segno che la caducità è sempre a due passi dalla perfezione, a patto che si riesca a coglierla al volo, prima che si nasconda dinuovo dietro i simulacri che restano. Le campate ad arco paiono spinte da forza di gravità in un ideale prolungamento dei piloni verso il fondo e disegnano con l’acqua quattro ovali perfetti, così perfetti che nemmeno la corrente ne scalfisce i contorni.

Resterà a lungo incantata da quella visione, appoggiata sul muretto del lungotevere, gli occhi liquidi sciolti nell’acqua e l’anima affondata nella pace perfetta, che dura il tempo di un chiaro di luna.

Sarà la prima luce dell’alba a ricordarle di essere la solitaria spettatrice di uno scenario incantato che esiste e respira malgrado lei. Il miracolo che si rinnova ogni volta e si dissolve in un attimo, in silenzio, anche adesso che la vita ha cessato di scorrere.

Il suo corpo si è fatto da parte, senza metterle fretta, dopo avere assolto il suo ruolo: portarla lì, contro la sua volontà, in cerca di pace. Ora può scortarla a casa senza lottare, da piazza Trilussa fin sul Gianicolo, da una fontana all’altra dell’Acqua Paola, dove getterà il sasso piatto raccolto arrampicandosi in via Garibaldi, promettendo di tornare a guerra finita.

È incredibile come sia inossidabile la memoria del corpo dentro un’anima in guerra.

1 Comment

  1. Nell attenta osservazione di luoghi e persone, sempre profonda, mai casuale ,filtrata da un’anima bella come quella dell autrice cio che avvolge maggiormente in questo racconto è il rapporto corpo e mente, un dialogo intrigante e profondo che avviene in ognuno di noi e di cui non ci rendiamo conto. Questo corpo che pare obbedire come un suddito fedele e che invece ha dentro di se la memoria di esperienze passate e la saggezza di necessita antiche e pur attuali. E cosi fa da scorta alla protagonista fino a casa, senza lottare.

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