Sobrietà e occupazione

Mi stavo facendo un po’ di domande sul rapporto tra sobrietà e consumi, indotta da alcuni appunti ricevuti in merito al pezzo uscito la scorsa settimana https://verbamanent.home.blog/2020/05/21/non-capitolare-di-fronte-al-precipizio/ , dove, tra l’altro, mi  chiedevo se la ritrovata sobrietà nei consumi che mi sembra abbia caratterizzato questi mesi di reclusione, non sia un buon segno di per sé, indipendentemente dallo stato di emergenza. Una sorta di effetto collaterale da salutare con favore nella speranza che si consolidi.

Quale rapporto c’è tra sobrietà e consumo?  Quando il consumo diventa consumismo? E, soprattutto, è vero che sobrietà significa automaticamente disoccupazione? Perché se questo è vero, è vero anche l’inverso. Cioè che la disoccupazione sia da fronteggiare incentivando il consumo. Che è precisamente quello che fa la pubblicità a colpi di slogan che fanno leva sulla nostra fragilità, sul bisogno di appartenenza o emulazione, sulla seduzione di modelli trainanti e quindi sull’identificazione di oggetto e feticcio.

La pubblicità è al servizio dell’economia di mercato, e lo scopo dell’economia di mercato è sempre il profitto, anche quando è perseguito in nome di un corretto rapporto tra domanda e offerta. Figuriamoci quando il rapporto è spudoratamente scorretto.

Perché creare dal nulla un bisogno o un desiderio per rifilarci un nuovo prodotto, che sia un divano, un  abito, una vacanza o l’ultimo modello di frullatore o di smartphone,  non sarà forse l’origine dell’economia di mercato ma è la sua evidente deriva. E noi siamo impelagati in questa deriva.

La quale ha almeno due evidenti ripercussioni. La prima è di ordine ecologico e va dallo smaltimento dei rifiuti alle isole di plastica e alle pance delle balene, con tutti gli annessi e connessi dei casi.

La seconda è fondata sull’idea che il profitto sia un valore a prescindere e quindi da realizzarsi a qualsiasi costo. Cioè anche a costo zero virgola un numero a caso. Tanto è pagata la forza lavoro in certi contesti.

Il che,  senza girarci tanto intorno, significa che il profitto di pochi è garantito dallo sfruttamento di molti, da una manodopera sottopagata, o assoldata in paesi dove si muore di fame.

Vale per i pomodori che, si sa benissimo, se ce li tirano dietro è perché degli esseri umani sono trattati come bestie da soma, ma vale anche per gli oggetti di nicchia,  per gli abiti di alta moda confezionati con le piccole mani di donne e bambini, meglio se all’estero, dove ce la caviamo con poco, o per quelli più cheap delle grandi catene.

Allora davvero possiamo credere che la sobrietà e quello che si chiama consumo critico o consapevole, sia una delle cause di disoccupazione?

A me sembra invece che ci troviamo di fronte a una delle tante ipocrisie della parte obesa di mondo che ingrassa con l’alibi di sostenere il mercato, incurante che dietro il nostro ultimo modello di qualsiasi cosa ci sia lo sfruttamento più inverecondo.

E se non siamo tutti travolti, siamo tutti in pericolo. Perché ognuno ha la sua personale asticella da alzare o abbassare a seconda delle possibilità, necessità, piaceri, bisogni, capricci di un momento, e chissà di quante altre variabili. Chi se la racconta per un capo d’alta moda, chi per riempirsi la casa di prodotti usa e getta.

Riconoscersi parte lesa di questo tranello, è una bella premessa per liberarsene. 

Guardando onestamente a priorità oggettive, da perseguire per un bene comune che in quanto comune contempla anche noi e la nostra progenie, priorità che ribaltano il punto di vista in nome della qualità del consumo a scapito della quantità.

E per qualità non alludo solo a quella intrinseca a un determinato prodotto, ma a un rapporto che recuperi l’equilibrio tra merce e forza lavoro.

Solo in quest’ottica, credo, ha senso ripensare il rapporto tra sobrietà e consumo, e tra sobrietà e occupazione. 

Pubblicato su La Fedeltà il 27-5-2020

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