Siamo tutti la mamma di Silvia Romano

Il primo pensiero che ho avuto appena ho appreso della liberazione di Silvia Romano è stato l’abbraccio, il tatto, il fondersi di corpi che forse non avevano più la certezza di tornare a toccarsi.

Potrà Francesca, la mamma di Silvia, correrle incontro e abbracciarla e toccarla e sentirne l’odore per dire a se stessa che è proprio lei, è sua figlia, è viva, è libera, è tornata?

Questo pensiero mi ha accompagnato insieme alla felicità per la sua liberazione. Un piccolo ingombro persino un po’ buffo che mi ha fatto dire  ma tu guarda proprio adesso che c’è sto virus di mezzo.

Poi tutto si è sciolto in quel lungo abbraccio che molti di noi hanno visto, una specie di catarsi che ha fatto passare in secondo piano non solo il virus ma lo stupore per l’abito. Che non nego affatto di avere provato ma è durato meno di un attimo. Il tempo di percorrere il tratto che la separava dall’aereo alla madre, il tempo di toccare con mano che dalla cattività era tornata alla vita.

Poi è seguito tutto quel che sappiamo, quel che covava  in questo tempo cattivo di stenti e sospetti, di accuse, illazioni, ingiurie, minacce; la melma che non vede l’ora di debordare  attendendo impaziente il suo capro espiatorio, di volta in volta diverso, che sia un disperato alla deriva, un clochard addormentato su un cartone sotto un ponte, una ragazza liberata dopo quasi due anni di prigionia.

Tutto rientra nel solito copione che non fa distinzioni, chiuso a riccio, prevenuto, definitivo prima ancora di cominciare. Il copione di chi nemmeno si perita di giudicare:  semplicemente condanna.

Ora io non nego che se la nostra Silvia Romano si fosse presentata in jeans e maglietta, o magari un po’ hippie, con quei bellissimi kaftani colori pastello che indossavano le due Simone –vi ricordate? Bene, ricordatevi anche quante gliene avevano dette – dicevo, non nego che avrei anch’io voluto correrle incontro e abbracciarla e toccarla eccetera eccetera. Invece così un po’ di stupore l’ho provato davvero. Come se di mezzo ci fosse un diaframma che non potevo ignorare, aggirare, liquidare come qualcosa che non mi riguarda.  L’abito verde di Silvia e insieme la sua  dichiarata conversione all’Islam dei suoi aguzzini mi ha indotto a pormi un po’ di domande. Prima tra tutte quella che già una risposta ce l’ha: sono felice se è libera di pregare il Dio che le pare e che più la consola, con tutti i rituali del caso.

Le domande successive hanno invece riguardato lo spazio di autonomia e libertà di una scelta, qualunque scelta, in condizioni di costrizione, di cattività, di solitudine: soprattutto di solitudine. Perché Silvia era sola, non insieme a un’amica con cui dividere e condividere paure e speranze, pensieri e parole, notti insonni e lacrime e preoccupazioni per sé e per chi la stava aspettando. Una presenza simile a lei, in cui riconoscersi, da guardare negli occhi, con cui distribuire il carico insostenibile della  prigionia e della totale incertezza. Un volto amico per il quale tu stesso rappresenti un volto amico.  Silvia non aveva nessuno, se non i suoi carcerieri. Diciotto mesi da sola con i suoi carcerieri dal volto coperto.  

Allora la mia domanda è che cosa può succedere a un essere umano, da solo, in mezzo a un numero x di carcerieri.  Cosa a una donna di ventidue anni in mezzo a un numero x di: 1) uomini 2) sequestratori 3) con il volto coperto 4) di una religione diversa.

Immaginiamo una bilancia con i due piatti per soppesare: su un piatto uno, sull’altro i molti; su un piatto una donna, sull’altro uomini; su un piatto una sequestrata, sull’altro i sequestratori. Ci fosse un piccolo peso  per ricalibrare, anche di poco, i due piatti della bilancia. Non so, almeno una sequestratrice. Una che sa di dolori mestruali, di igiene intima di una donna mestruata. Una donna che invece di coprirle la testa le porgesse un pettine e poi magari anche il chador. Invece Silvia è stata persino coperta di fango per dissimulare la sua carnagione.

Eppure ha resistito e alla fine ce l’ha fatta. “Sono stata forte, sono felice” è forse la prima cosa che ha detto. Felice di cosa? Di avercela fatta. Di essere riuscita a difendersi nell’unico modo che le era possibile: l’unico modo possibile per un essere umano. Cercando prossimità anche dove non c’è o non si vede perché da soli si muore. Silvia ha cercato se stessa nel ‘paesaggio’ dell’altro  perché  se nell’altro c’è una traccia di te è un po’ meno ‘altro’ e tu sopravvivi. Similia similibus iuvant. Il simile si cura con il simile. Ecco, Silvia ha curato la sua disperazione per continuare a sperare e se ci è riuscita noi non possiamo che esserle grati.

Si è tirata in ballo la sindrome di Stoccolma. E se fosse? Se è vero che ci si innamora del paesaggio, è vero anche che per sopportare un paesaggio te ne devi innamorare, soprattutto se è ostile, soprattutto se non sei tu ad averlo scelto e disegnato.

Si chiama capacità di adattamento, strategia di sopravvivenza e chi si è fatto due paginette la identifica con l’intelligenza. Chi non se le è fatte abbia almeno un po’ di rispetto e coltivi il silenzio.

Se poi ha deciso di chiamarsi Aisha, se è diventata mussulmana, se vorrà indossare il chador, questi, veramente, sono solo affari suoi. Ma se così non è, se è stata usata, strumentalizzata, se dietro di lei ci sono i disegni diabolici di Al-Shabaab, voglio sperare che vada protetta, non data in pasto a chi la vorrebbe crocifiggere in casa. Noi –come è stato scritto nel post fb più bello e sincero che abbia letto – siamo tutti la mamma di Silvia. E come tali la vogliamo libera e felice.

1 Comment

  1. Ma come si può spendere parole sul vestito che una persona indossa dopo 18 mesi in fuga, in prigionia…. è tanto che sia vestita….se ha voluto rivolgerti a Dio per sostenersi, è naturale che Dio sia uno, non il mio o il tuo….la forza interiore per sopravvivere o c”è, o non c’è…..e poi parole di disprezzo lanciate da chi è stato,per DUE mesi di limitazioni ,nelle PROPRIE case, con la spesa a domicilio,con film e libri gratis ….,ma umano è proprio sinonimo di pochezza, di protagonismo infimo…..poveracci

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