Ringrazio Giorgio Agamben con cui non sono d’accordo

Ringrazio Giorgio Agamben perché quello che scrive  mi aiuta a fare luce sulla mia confusione, che però si dissipa sia pure di poco in contrasto con le sue posizioni.

Riguardo alle prime  misure di sicurezza adottate dal governo il filosofo scriveva, nel suo primo pezzo sull’argomento virus, che “la sproporzione di fronte a quella che secondo il CNR è una normale influenza, non molto dissimile da quelle ogni anno ricorrenti, salta agli occhi”.

Ecco, volevo cominciare da ‘salta agli occhi’, poi però mi sono detta che il 26 febbraio era un bel mesetto fa e forse nemmeno Agamben poteva immaginare quello che a breve sarebbe saltato agli occhi di tutti. 

Sempre se facciamo finta di non avere saputo niente della Cina che non è proprio lì dietro l’angolo ma non si può dire che non si fosse fatta sentire dando segni forti di vita (e di morte).

Nel suo articolo su Quodlibet, L’invenzione di un’epidemia, il filosofo lamentava le “frenetiche, irrazionali e del tutto immotivate misure di emergenza” le quali, sempre in data 26 febbraio, erano di gran lunga più contenute di adesso, circoscritte alla sola zona rossa, che era il lodigiano e il comune veneto di Vo, considerato che la Lombardia e le quattordici province comprese in Emilia, Piemonte, Veneto e Marche sono state dichiarate ‘zona arancione’ il 7 marzo.

Infatti di lì a poco sono seguiti due altri pezzi, in data 11 e 17 marzo, rispettivamente titolati Contagio e Chiarimenti.

Il primo, un giorno dopo che l’emergenza ‘arancione’ venisse estesa a tutta l’Italia, ribadiva sostanzialmente le convinzioni del precedente, augurandosi che le misure restrittive per fronteggiare la “cosiddetta (cosiddetta) epidemia da coronavirus” emanate attraverso decreto, non venissero avallate dal Parlamento.

Il secondo pure, nel senso che i chiarimenti del titolo sono consistiti nel fornire ulteriori ragioni al suo punto di vista. Nessun ripensamento, nessuna rettifica, nessuna ammissione non già di colpa ma di errore di valutazione. Nonostante i morti che aumentavano e aumentano di ora in ora. Nonostante gli ospedali al collasso, nonostante i medici e gli addetti ai lavori  ci chiedano insistentemente di restare a casa.  

Solo un moto di pietas, che non è poco, per i morti lasciati senza funerale. Ma anche qui per ribadire quanto siano disumani i provvedimenti in corso. 

Al centro della sua argomentazione, con esplicito  richiamo manzoniano, un po’ epigrafe un po’ imprimatur, l’idea che si stia trasformando ogni individuo in un potenziale untore, con conseguenze che a leggere Agamben mi paiono francamente un po’ spintarelle come la “degenerazione dei rapporti fra gli uomini” e l’abolizione del nostro prossimo (“il nostro prossimo è stato abolito”). Addirittura.

A ciò aggiunge che è particolarmente invisa la figura del portatore sano, cioè l’untore asintomatico. Colui che pur godendo di buona salute potrebbe avere contratto il virus senza saperlo. Prendendo un treno, andando al cinema, partecipando a una festa, a una conferenza, a una lezione. Cioè tutti noi sani fino a prova contraria. Siamo tutti potenzialmente untori asintomatici.

Ma è proprio qui il ribaltamento di piani. Il concetto, che solo concetto non è, di portatore sano, che inevitabilmente grava su tutti noi. Se ognuno di noi è potenziale untore non ha ragion d’essere la caccia alle streghe. Anzi, la caccia alle streghe diventa automaticamente assunzione di responsabilità.

Ecco, è questa inevitabile presa di coscienza che ci assimila all’altro e ci invita a preservarlo. L’altro non è più untore di noi. Pertanto la caccia all’untore  non è solo immorale ma è priva di senso. E isolarsi, finché ce lo chiedono i disperati che tutti i giorni combattono nelle corsie sempre più sature dei nostri ospedali, non significa affatto eliminare il prossimo ma riconoscerlo e magari dargli una mano.

E se quella a cui siamo chiamati non è certo una bella condizione – e chi dice il contrario?- è anche l’unica possibile, almeno per ora, senza scalpitare in nome dei diritti, senza piagnucolare per estorcer tenerezza ché non è questo il momento di crogiolarsi nel proprio dolore, e, per quanto mi riguarda, senza credere che la reclusione forzata possa generare miracoli, facendoci  scoprire di quali infinite risorse siamo dotati, che se poi lo scopriamo tanto meglio ma non raccontiamoci palle.

Tocca semplicemente starcene a casa ancora per un po’, esercitando se non un diritto un atto di   responsabilità collettiva, che non ha niente, ma proprio niente a che vedere con la supina soggezione a direttive dall’alto, né col bisogno di un leader che ci rassicuri impartendo ordini, né con la riduzione della nostra vita a pura sopravvivenza da difendere a qualsiasi costo, sacrificando i “rapporti sociali, il lavoro, perfino le amicizie, gli affetti e le convinzioni religiose e politiche”.  Ma mi faccia il piacere. Come se stare in casa per qualche giorno / settimana o fosse pure mese in più del previsto significasse cessare di vivere e di pensare, come se chi accetta l’isolamento senza fare tante storie non avesse “altro valore se non la sopravvivenza”.

Mi domando anzi se il tono apocalittico che Agamben attribuisce alla narrazione di questa epidemia sulla falsariga dei resoconti di guerra, non sia il tono stesso usato da chi, come lui, paventa l’alienazione della nostra libertà e identità sociale per il solo fatto che abbiamo smesso di frequentarci de visu, di toccarci e di darci la mano.

Non la voglio buttare in vacca ma credo che se c’è un pericolo vero non nasce dalla distanza fisica che siamo costretti a tenere, non dalla sospensione della vita di relazione così come l’abbiamo intesa e condotta finora, ma dall’inquinamento dei rapporti umani, dall’insinuazione del sospetto, dall’invito alla diffidenza, dalla manipolazione delle informazioni, dall’uso strumentale della paura: di qualunque paura, che sia del virus o del grande fratello, che ci sta sulle scatole come tutti droni che volano in cielo, minacciando di fare la spia.

Tutte cose che hanno ben poco a che fare con lo starsene a casa o con la virtualità dei rapporti umani, che pure resistono.

E se  così non sarà,  non sarà certo per colpa di un virus, almeno non del covid e di chi dal covid si vuole difendere.  Il virus avrà solo affrettato un processo. Ma io non ci credo alla fine del mondo. Non credo a chi mi dà dell’automa, non crediamo a chi ci dà degli automi.  Non diamo retta a chi si domanda il perché non ci siamo ribellati e poi si risponde da solo come ha fatto Agamben nel suo pezzo di ieri, 27 marzo (Riflessioni sulla peste) concludendo che se “un’intera società ha accettato di sentirsi appestata, di isolarsi in casa e di sospendere le sue normali condizioni di vita” è perché “appestata lo era già”. Insomma tutti noi, accondiscendenti con giudizio, siamo per il filosofo niente altro che appestati endemici che a un certo punto hanno preso atto di un dato di fatto. Ma non raccontatevi palle. E riservate le metafore a tempi più consoni.

Restiamo a casa e se un problema lo dobbiamo avvertire allora sì, è una voragine.

Sono quelli che una casa non l’hanno. E’ la cattività di chi spartisce una camera con individui violenti, sono i malati costretti a rinviare terapie e interventi, sono quelli che non hanno più da campare o da pagare l’affitto. E chissà quanto altro.

Ma non certo le nostre relazioni sociali interdette, le nostre riunioni, i nostri edificanti discorsi, le nostre tavole rotonde e le nostre cene tra amici, che saranno per me la prima rimonta.

E se è vero che niente sarà più come prima, penseremo al da farsi, anzi, cominciamo fin d’ora.

1 Comment

  1. Grazie all’autrice, che sa guidare una riflessione vivida, a riprova che la ragionevolezza, unita alla capacità di pensare in termini collettivi, non può che aiutare a districarsi tra le tante percezioni negative…
    Difficile in questo caso mettersi nei panni innumerevoli delle innumerevoli condizioni di ciascuno… e da qui il tuo invito a tararsi, anche nei comportamenti da adottare, sulla pelle dei più vulnerabili…
    Allo stesso tempo, però, non posso non osservare ciò che indietro mi torna, quali messaggi e regole vengono definite a testimonianza del modo in cui viene valutato il carattere di una collettività. Cioè mi chiedo quanto sia accettabile essere trattati tutti alla stregua non dei più vulnerabili ma dei più imbecilli, dal delatore psicopatico al cinico, dal menefreghista all’assuefatto… questo solo per dire che stare tutti insieme, soprattutto quando separati, è davvero un’impresa titanica…

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