Sfogo di una reclusa abbastanza fortunata

Sto andando in cerca dell’istante zero senza trovarlo. Mi succede spesso di non riuscire a rintracciare l’inizio, il primo momento in cui è cominciato qualcosa- un legame, un’idea, un progetto oppure un evento che ci sovrasta e sorprende più impreparati che mai, come questo virus bastardo che  è bastardo al punto che ha fatto il salto di specie.

Quando ho preso atto che eravamo tutti in pericolo? Tardi, mi rispondo e lo faccio senza assolvermi né condannarmi, come chiunque abbia cercato di  barcamenarsi tra allarmismo e menefreghismo.

Mi pareva che il giusto mezzo dovesse avere ragione anche stavolta e il buon senso stesse lì, fianco a fianco, a raccontarsi che la virtù è dalla loro. E noi con lei.

Invece no.  La virtù è dalla parte di chi il giusto mezzo lo ha messo da parte e si accascia sul computer, stremato di stanchezza e di sonno arretrato. Di chi ha il volto tumefatto da ore e ore di mascherina sugli occhi, sulla bocca e sul naso: stretta stretta perché il bastardo trionfa quando cerchi di prendere fiato o riciclata perché le nuove mascherine non sono arrivate e chissà quando arrivano.

A noi, popolo informe e non attrezzato, hanno detto che la mascherina non è necessaria e ci abbiamo creduto. Ci hanno detto che la distanza di sicurezza tra te e un tuo simile invece lo è e abbiamo ubbidito. Almeno io ho ubbidito e da ubbidiente contenta, perché rispettarla mi permetteva di credere a quel che in quel momento mi faceva più comodo.

Se faccio molta attenzione, se sto a debita distanza anzi se rispetto rigorosamente la distanza di sicurezza posso andare a teatro, prendere la metro, l’autobus, passeggiare alla Villa e raccogliere margherite.

Idiota.

Bastava guardare i cinesi senza la nostra occidentale superbia, noi e i nostri copyright indifesi che loro riproducono alla perfezione, bastava non prenderli per il culo così bardati e ridicoli, così ligi e repressi, così comunisti, così cinesi, con le città che odorano di disinfettante solo a vederle che nemmeno De Chirico le ha immaginate così.

Non sarebbe stato per niente difficile. Invece noi no. Noi tutti a gettare acqua sul fuoco, a recitare la parte dei poveri orfani della cultura, degli espropriati di libertà sacrosante come andare in palestra o in discoteca, dei fidanzati incompresi che non possono più passeggiare abbracciati o dei genitori amorevoli che spingono i bambini sull’altalena e quando gli chiudono il parco si scoprono fuori esercizio a tenerseli a casa perché i figli non sono solo piezz’ ‘e core ma anche un gran spaccamento di scatole.

Salvo poi ritrovarci in coda a svaligiare supermercati, i carrelli strabordanti di tonno in scatola e pomodori pelati a sbirciare nel carrello di un altro con un misto di invidia e di sufficienza perché il carrello del vicino è sempre più pieno e allora che diamine, questa non è carestia.

Salvo poi emigrare verso casa di mamma tutti insieme, nel primo treno che ci riporti da lei, che se ce lo avessero chiesto in tempi felici ci saremmo sentiti come i deportati in tempo di guerra.

Poi abbiamo visto le facce di chi crolla sul tavolo di un ospedale perché non ce la fa più  ma ha trovato il modo di dirci dalla piazza virtuale che se stessimo a casa sarebbe un’idea niente male, oltreché un bell’ aiuto anche per loro che non ci possono stare.  

E allora ci siamo sentiti quello che siamo. Un branco di coglioni che hanno finto di credere che fosse influenza. E invece bastava guardare i cinesi.

Adesso siamo blindati nelle nostre confortevoli case a guardar la tv o anche a fare di meglio se abbiamo voglia di farci due paginette per omaggiare la nostra amata cultura; o se siamo tra i più fortunati che lavorano smart o fanno finta di lavorare smart.

E ci dividiamo tra reclusi rassegnati che si consolano applaudendo e cantando dai loro balconi, e reclusi incazzati, pronti a insorgere al prossimo illiberale decreto del capo che sicuramente arriva e arriva perché non siamo solo coglioni ma fieramente coglioni.

Allora ci portiamo avanti e andiamo a passeggiare sulle rive del Tevere e litighiamo con le forze dell’ordine che non siamo riusciti a far fessi, con le nostre balle quadrate e le nostre isterie.   

Per non parlare di chi si interroga sull’opportunità di sacrificare il ‘diritto alla socialità’ (sic) sull’altare dei vecchi, perché anche questi si sono fatti sentire.

Io invece mi domando se tutti quei morti ci sarebbero stati lo stesso, e non riesco nemmeno a pensare a chi resta, allo strazio di non avere potuto stringer loro la mano e chiudergli gli occhi.

Allora se vogliamo soffrire soffriamo per loro, per la fila di bare che attendono una benedizione arrangiata, per chi non può nemmeno cercare in un abbraccio fraterno la  consolazione che merita.

 Ma evitiamo di frignare ripiegati su noi stessi perché ci hanno tolto la libertà di fregarcene o di guardare la luna abbracciati stretti su ponte Sisto.

Siamo molto più ridicoli noi a un chiaro di luna dei cinesi travestiti da palombari.

2 Comments

  1. Adoro il tuo stile e la tua penna, ed è bellissimo quando cerchi di fare la bisbetica incazzata perché poi non ci riesci mai davvero, col tuo cuore grande e gli occhi spalancati sul mondo, a proteggere chi soffre e sostenere chi sta lì ad aiutare. Ci metteremo ancora tempo a capire che siamo un tutt’uno e mi sa non ci saremo quando accadrà.

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  2. Cara, grazie ,col tuo stile preciso,con le parole giuste….. condivido le tue giuste considerazioni e,visto che lo hai predisposto,condivido il tuo articolo. Un abbraccio. M.

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