Carissima Marilyn, inedita e vera. Una mostra a Roma

Sono attratta dalla teca che custodisce i suoi utensili da cucina. Colino, misurino per zucchero e farina, spatola spalmaburro, scavino per il melone, fruste a manovella per montare la panna e gli albumi. Accanto lei, biondissima e burrosa, in posa nella sua cucina rivestita di piastrelle decorate gialle e blu.

E’ irresistibile l’idea di una Marilyn casalinga, magari alle prese con brownies e cookies, e questa mostra che la celebra oltre il mito e l’icona, ce la propone anche in questa chiave riposta.

Imperdibile Marilyn, in programma a Roma, Palazzo degli Esami, fino al 30 luglio, non è solo un tributo alla diva di Hollywood, ma un vero e  proprio atto d’amore che raccoglie fotografie, documenti e circa trecento oggetti e cimeli appartenuti a Marilyn e mai esposti prima d’ora, di proprietà di collezionisti privati da tutto il mondo. Un totale di cinquecento pezzi che raccontano una Marilyn inedita e vera, trasgressiva con grazia, imprenditrice controcorrente capace di voltare le spalle a Hollywood e fondare nell’America degli anni Cinquanta la sua casa cinematografica, battezzandola con il proprio nome.

Curata da Fabio Di Gioia e introdotta da Ted Stampfer, collezionista innamorato che ci ha accompagnato in questo viaggio  magnifico, la mostra si suddivide in quattordici sezioni concepite in ordine cronologico, che intrecciano momenti glamour di mondanità e lustrini e imprevedibili camei di vita privata.

Ed è questa Marilyn che cattura di più, un po’ come se entrassimo nelle stanze della sua casa, ma in punta di piedi, con tanta curiosità e tanto pudore, ora  sorprendendola alla consolle del trucco, tra creme, bigodini, ciprie, rossetti e ciglia finte,  ora a leggere Piece of mind, il libro di auto aiuto della sua biblioteca, esposto come la ricetta che prescrive i calmanti, o l’agenda personale aperta al 9 e 10 marzo ’61, appuntata in modo disordinato, a più colori.

Passeggiando avanti e indietro tra le quattordici sezioni, in un andirivieni atipico  ma  quasi inevitabile, ci troviamo persino a potere annusare il suo Chanel numero 5, esposto insieme a un coloratissimo foular di seta in una bacheca appositamente studiata, e nella vetrina di fronte vediamo i suoi pantaloni preferiti, a scacchi bianchi e neri, segno di una modernità disinvolta e della volontà di essere femmina anche vestita da uomo.

Un capo così diverso dalla vestaglia di broccato di seta con maniche ornate da piume di struzzo che abbiamo visto a inizio percorso, tipico di una femmina che gioca alla diva un attimo prima di diventarlo per tutti. Accanto c’è il costume di velluto verde di Rossella  O’Hara, messo lì per testimoniare un’epoca e il celebre film per cui Marilyn conobbe Clark Gable, suo idolo.

Uno strano effetto fa anche vedersi davanti l’abito di voile bianco di Quando la moglie è in vacanza, quello che tutti ricordiamo sollevarsi per la folata di vento che veniva dalla grata della metropolitana, segno della Marilyn più conosciuta e frivola, modello ironico che ha generato uno stile e che ha abitato i sogni di generazioni di maschi.

Però lì vicino ci sono le scarpe di satin bianco con tacco altissimo che indossò la sera in cui diede annuncio pubblico della fondazione della sua Casa cinematografica. Lei, manager in calze a rete e tacchi a spillo  che metteva mano a spese e copioni.  

Sono esposte poco prima, le sceneggiature originali dei suoi film, e insieme alle pizze superstiti emanano un odore buono di reliquia. Come la lettera, in verità un appunto, di amore di Arthur Miller, come la fede di brillanti pegno di amore di Joe di Maggio, come  la carta intestata Marilyn Monroe Production o il David di Donatello alla miglior attrice straniera per Il principe e la ballerina, il secondo film autoprodotto. Era il 1958 e Marilyn lo ritirava indossando un vestito avorio ricamato di perline.

E’ il merito di questa mostra, unire tessere tanto diverse e restituirle in un unicum, indispensabili facce di un prisma che non smette mai di brillare.

Pubblicato su L’Unità.tv il 17-5-2017

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