Paolo Poli, l’aristocratico doc: si mescolava alla folla senza perdere l’aura Focus

“Mi perdoni cara ma ormai le cariatidi non riconoscono più i loro faraoni”. Mi rispose così quando gli ricordai come un’oca giuliva di una lontana intervista che risaliva al ’92. Eravamo al Carignano di Torino, e Paolo Poli era in scena con La leggenda di San Gregorio, uno spettacolo in cui rivisitava da par suo un poema epico tedesco del 1200.  

Lo avevo timidamente fermato per strada qualcosa come dieci anni dopo, a Roma, nel quartiere Monteverde e anche lì era stato pieno di spirito e di ‘misericordia’.

A Monteverde, dove abita la sorella Lucia, lo si vedeva spesso passeggiare per strada o sull’autobus che dal Gianicolo arriva in centro, “al di là del fiume”, come lo sorpresi dire a un turista che chiedeva informazioni. Mica ‘dopo il ponte’, come un comune mortale, ma al di là del fiume, quasi quasi tra gli alberi.

Paolo Poli era un aristocratico doc, che poteva compromettersi e mescolarsi alla folla senza montare in cattedra e senza perdere l’aura.

Amava la letteratura femminile e a sei giornaliste del Novecento ha dedicato Sei brillanti, uno spettacolo memorabile in cui restituiva la verve e l’arguzia di Irene Brin, la Mura, Paola Masino, Camilla Cederna, Elena Gianini Belotti, Natalia Aspesi, attraverso i loro scritti perché, disse, “io sono figlio della letteratura, non come voi, poveri figli della televisione odierna che pensate che tutto debba essere come Elisa di Rivombrosa”.

Un po’ di televisione, in verità, la fece anche lui, ma quando gli si chiedeva come mai non la facesse più rispondeva “perché io lavoro”.

Erano celebri i suoi bis, veri e propri siparietti di chiusa, di fronte alle interminabili chiamate del pubblico, mai pago, dove sfoderava un inesauribile repertorio di barzellette, storielle, canzoncine attinte a Petrolini, Arbasino, Marinetti, Palazzeschi. Finché non ricompariva in accappatoio rischiarandosi la voce ed esortava a lasciare finalmente la sala con quel gesto che solo lui poteva permettersi.

Era una grazia naturale che gli faceva da scudo rendendo inoffensiva qualunque battuta e qualunque situazione.

“Suoni con le mani suoni con i piedi suoni con tutti gli orifizi”, ebbe a dire a un musicista ventenne molto presuntuoso conquistandolo una volta per tutte.  Lo apprendiamo dalla pancia di facebook, che la notizia della morte l’ha data prima dell’Ansa.

E ora da questa piazza virtuale dove ci sentiamo tutti più liberi e più ‘generosi’, pronti a condividere emozioni, pensieri, ricordi, arriva persino il saluto di Valentina Cortese, che dedica a Paolo la sua copertina: “Ciao Paolo, tua Vale”.

Pubblicato su L’Unità.tv il 26-3-2016

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