Walter Bonatti, la leggenda dell’alpinismo in mostra a Roma

E’ come la sfida dell’acrobata senza rete quella che si lancia alla montagna, quando è  impervia e inospitale. Ed è come un Ulisse delle altissime vette colui che si arrischia dove la vita è bandita. La montagna è come il mare, amica e nemica, e come il mare ha anch’essa le sue sirene, seducente, vendicativa, eppure leale. Se perdi non perdi una sola partita ma hai perso per sempre. Ma se vinci continui a giocare e ad alzare la posta. Rischio, temerarietà, curiosità insaziabile guidano le missioni dei grandi naviganti e dei grandi scalatori, spinti verso i confini del mondo dove più in là non si può. 

Due lastre di roccia come grandi torrioni separati da una fessura e in mezzo un uomo, in equilibrio, che guarda verso l’alto. Sotto di lui il precipizio, 150 metri lo separano  dalla prima superficie di terra, tanti quanti è alta la ‘coda di canguro’, come gli aborigeni chiamavano questi due spicchi di roccia arenaria che fa parte del massiccio di Ayres Rock in centro Australia.

L’uomo in vertiginoso equilibrio è Walter Bonatti e l’immagine è una delle prime della mostra Fotografie dai grandi spazi, presso l’Expo dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, che espone fino al 6 marzo 2016 le fotografie di uno dei più grandi scalatori e reporter della storia dell’alpinismo di tutti i tempi, morto nel 2011 a ottantun anni e famoso nel mondo per aver partecipato alla spedizione italiana sul K2, nel 1954.

La mostra, curata da Alessandra Mauro e Angelo Ponta, in collaborazione con l’Archivio Bonatti,  ripercorre trent’anni di viaggi nei luoghi più impervi del pianeta, fotografati da Bonatti davanti e dietro l’obiettivo a realizzare veri e propri ‘autoritratti ambientati’ in cui il filo conduttore è sempre l’ebbrezza della sfida, la volontà prometeica di appartenere a qualsiasi costo a quanto più naturalmente ci esclude. Calandosi nel cratere di un vulcano per proteggersi dal vento, costruendo zattere per domare i torrenti in piena, o capanne per spiare le tigri, e ancora di più, cercando di resistere dove non c’è più ossigeno e i paesaggi sono lunari, lividi, deserti, le foreste scheletri di fossili, i ghiacci assoluti, azzurri come il mare, come la prima immagine che il visitatore trova sulla propria destra. 

Di fronte alla potenza infinita della natura gli uomini sono piccoli e soli, ma riescono a resistere al vento polare che soffia raffiche a 200 chilometri all’ora. Fa  impressione   l’immagine di cinque minuscole tende rosse nel mezzo del ghiacciaio di Emmanuel, in Antartide, dove sono stati cinque giorni prigionieri del blizzard.

L’Antartide, i ghiacciai del Cile, l’Indonesia, lo Zaire, l’Aconcagua in Argentina,  oppure il Venezuela, alla ricerca del “fantastico mondo perduto di Conan Doyle dove non ho trovato i dinosauri ma ho avuto l’impressione che da un momento all’altro dovessero comparirmi davanti”.

Sono accompagnate tutte da brevi note dell’autore le immagini a grandi dimensioni esposte nella mostra, e sono tratte dai suoi libri e dai testi apparsi sulla rivista Epoca per la quale Bonatti realizzò diversi reportage dal 1965 al 1978.

Pubblicato su L’Unità.tv il 14-1-2016

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