Golgota / Bartabas / Opera Roma

La prima suggestione è un nitrito di cavallo eseguito con uno strumento. Sono i cavalli, insieme agli uomini, i protagonisti di questa moderna via crucis permeata di religiosità laica e sotterranea. Golgota è l’ultima creazione di Bartabas, il fondatore del Théatre equestre Zingaro, al Teatro dell’Opera di Roma fino a domani lunedì 27 luglio.

Si chiamano Horizonte, Le Tintoret, Soutine, Zurbarán più l’asino Lautrec e sono  in scena accanto allo stesso Bartabas, domatore in sella, e al ballerino di flamenco Andrés Marin in uno spettacolo che sembra una galleria di dipinti a olio, stagliati in successione su un fondale nero illuminato da squarci di colori pastosi.

Il riferimento figurativo è la pittura spagnola cinquecentesca, da El Greco  a Zurbaràn a Velàzquez, che si manifesta non solo nel rapporto costante tra luce e oscurità, ma nella scelta  di temi e motivi: la presenza del nano che qui diventa officiante di cerimonia, i veli, i grandi colletti a gorgiera dei nobili, e naturalmente i cavalli perfettamente addestrati, che si muovono lenti e persino si accasciano per poi risollevarsi a evocare una redenzione possibile.

Sono immagini forti da ascriversi a una liturgia cristiano-cattolica secolarizzata, che confluisce in una crocifissione consumata in cima a una doppia scala a pioli che sparisce nell’oscurità, così come i copricapo neri  a punta in stile autodafé. Segni che accolgono l’idea di una verticalità suggerita verso il Golgota, preceduta da segni  nitidi come la cerimonia del lavaggio dei piedi, i ceri, le ampolle di incenso che emanano profumo, o la flagellazione con cui lo spettacolo ha inizio che vede Marin  flagellarsi con la coda del cavallo montato da Bartabas.

Non c’è sensazionalismo in questo lavoro in cui anche il flamenco, a piedi scalzi, rinuncia a un erotismo convenzionale ed euforico a favore di una plasticità curata attraverso la lentezza del gesto, perfetto, privilegio di un corpo bellissimo. Un rapporto tra danza e animalità che si fa sempre più empatico e fluido, come quello tra danzatore e cavaliere, accompagnato dalle musiche del compositore Tomàs Luis de Victoria suonate in scena da  Marc Wolff (liuto) e Adrien Mabire (fiati) e cantate dal controtenore Christophe Baska che chiude con il Salve Regina mentre è il cavallo che si prostra a terra ai piedi della croce. Il crocifisso è Marin, avvolto in un drappo rosso e ai piedi gli zoccoli equini.

Pubblicato su oltrecultura il 27-7-2015

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