La tana / Kafka / Mascia Musy/ Saponaro

‘Metamorfosi’. Potrebbe essere questo il titolo della performance di Mascia Musy, inarrivabile protagonista de La tana di Franz Kafka, messo in scena da Francesco Saponaro nelle Catacombe di San Gennaro dal 2 al 5 luglio 2011, all’interno della programmazione del Napoli Teatro Festival Italia.

Ma non si pensi a un gioco di rinvii, che pure si offre molto opportuno,  o almeno, non solo: le ‘metamorfosi’ di Mascia hanno proprio a che fare con una trasformazione totale della fisicità, possibile solo grazie a una sospensione di sé, generosa e senza riserve. Un ‘sacrificio’ di grazia e femminilità a favore di “un’adesione-conferma il regista- “sensoriale carnale viscerale auricolare”.

Perché non è tanto la barba posticcia a fare di lei un’imprecisata bestiola: è lo sguardo  selvatico da animale braccato, l’ansimare rauco, graffiato, gutturale, la camminata carponi e il cercar protezione raggomitolandosi a terra, il ghigno demoniaco, ‘catacombale’, inorridito di chi fiuta il terreno per scongiurare e respingere qualunque intrusione.

Questo il tema del racconto di Kafka, la paura dell’altro, di un nemico ipotetico e sconosciuto, e quindi minaccioso, da cui bisogna difendersi a qualsiasi costo. E la costruzione di una fortezza, meglio ancora se sotterranea, labirintica, inespugnabile, è l’eloquente metafora delle nostre  ossessioni.

“Non è un caso -spiega Gianni Garrera, autore della traduzione e dell’adattamento realizzato insieme al regista- che il termine tedesco (Der Bau) significhi sia ‘buco’ sia ‘tempio sotterraneo’, e non è un caso, soprattutto, che La tana, a differenza de  Le metamorfosi, sia scritto in prima persona”.  

In questo caso crollerebbe l’ipotesi che il protagonista del racconto sia un animale, e si convaliderebbe invece quella, molto più inquietante e probabile, che si tratti  di un’aberrazione mostruosa dell’evoluzione, vagamente antropomorfica.

D’altra parte Kafka, come ancora chiarisce Garrera durante l’incontro con il pubblico organizzato dal festival, conosceva Charles Darwin e le teorie evoluzionistiche, che però ripensava nel quadro di una sua personalissima mistica: “l’unica possibilità  di diventare un essere angelico è per Kafka l’imbestialimento, l’aberrazione dell’evoluzione. E la stessa posizione eretta non è che una posizione umana inferiore. La camminata carponi, come già in Francesco d’Assisi, è la via mistica per eccellenza, che in Kafka diventa scienza e coscienza della condanna dell’esistenza”. 

Ma come restituire la bestialità di un’umanità aberrata e involuta e insieme la tensione alla sua elevazione? Come affrontare teatralmente la dimensione ibrida di angelo e bestia?

La soluzione di Francesco Saponaro è affascinante e Mascia Musy risponde con una travolgente messa in gioco di sé, delle sue forze, della sua disposizione mimetica sgombra da pregiudizi e tentazioni narcistiche.

“Le ali dell’angelo-dice Francesco- sono per noi le contrazioni articolari di un uccello”. Non dice ‘articolazioni’, ma ‘contrazioni articolari’, che suggeriscono molto meglio  l’idea del conato, della fatica, dell’inibizione. Come se si dovesse procedere contrastando la forza d’inerzia, o di gravità, se consideriamo il  risucchio che in questo caso esercita la terra con i suoi cuniculi, le sue botole, i suoi passaggi segreti. Che è come dire le sue sicurezze, baluardi costruiti contro un nemico invisibile che diventano barriere contro noi stessi, la nostra intimità, le nostre aspirazioni vitali e rischiose.

Dunque la tana come espediente per dribblare di fronte a se stessi, per uscire dal gioco, per  “sfuggire il martirio”. “Un atto di vigliaccheria” -continua Garrera-  messo in opera dal “martire fallito”, da chi  non ha il coraggio di esporsi e di ‘imbestialirsi’ in pubblica piazza.

A questo animale alato e pesante, la lieve attrice ha regalato movenze che ci hanno ricordato quelle di una vecchia contadina di montagna che si trascina, gobba e claudicante, sotto un carico di fieno.

O di un primate in cattività che annusa il terreno, percuote le pareti  fino a farsi male, si dimena forsennatamente al ritmo di una danza tribale.

Emettendo suoni scuri, cavernosi, gutturali che danno vita a quella “musica della soffocazione che cita- nota sempre Garrera- l’Antico Testamento di San Girolamo (davanti a Dio gli angeli eruttano)”.

Sono segni che concorrono a scrivere una partitura di immensa seduzione, in uno spazio illuminato dal disegno di Pasquale Mari, che procede dal buio totale in cui siamo sprofondati e avvolti fino a stanare con una flebile torcia lei, femmina-maschio-animale che violentemente interpella la bestia che è in noi.

“Ho cercato di restituire l’idea di qualcosa che appartiene a tutti noi-dice l’attrice-, perché ogni cosa che accade, accade dentro di noi. E quando ho visto lo spazio mi sono rassicurata: è la più bella scenografia ‘naturale’ che abbia mai incontrato nel mio percorso”.

Con questa scenografia naturale che fu luogo di sepoltura dal secondo secolo dopo Cristo, contrastano gli elementi scenici di Lino Fiorito, provocatori e impertinenti, che ben rispondono alla consegna della regia, espressamente “giocata sugli alti e i bassi”. Una poltrona degradata assunta come trono, una culla bianca e avvolgente che è luogo innocente del ritorno e del dubbio, un catino-pozzanghera che è fonte battesimale, per un “teatro maleducato, che è sintesi e ibrida contrazione di registri diversi”.

“Mi sono avvicinato a questo testo ispirato da due figure molto lontane tra loro- dice Saponaro- : da una parte Santa Lia, a cui crebbe la barba per errore, e dall’altra Anna Vaiolo, una donna del popolo del quartiere Sanità, che conobbi da ragazzo”.

A questo si aggiunga un aspetto circense che subentra alla fine, quando l’avversario tanto temuto non si palesa e la bestia diventa animale da baraccone.

Alla “maleducazione creativa” assunta come cifra registica forte, si accompagna quella di Daghi Rondanini, un mago dei suoni, e il terzo movimento della prima sinfonia di Mahler suonata da Uri Caine.

Di Fiorito anche il costume, sfacciatamente ‘equivoco’, che sovrappone a una tunica nera un reggiseno bianco, a vista, “perché non deve indicare una retta via” ma aprirsi invece a possibilità differenti. 

Rondanini, Fiorito,  Mari dunque, per una squadra firmata Teatri Uniti che garantisce sempre. “Ma sono i miei maestri-dice Francesco- e voglio ancora imparare molto da loro”.

Quando invece domandano a Mascia come accada la sua metamorfosi, cosa succeda dentro di lei, quali sollecitazioni e pensieri la guidino, allora risponde, schermendosi, ‘è il mio mistero’.

Questa volta sì, con una grazia infinita.

Lo spettacolo, un perfetto esempio di realizzazione ‘in site’, verrà riproposto sfruttando il patrimonio di ipogei e catacombe presenti in Italia.

Pubblicato su oltrecultura il 12-7-2011

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