Tra Prometeo e Puck, Caligula di Nekrosius

Vuole la luna ma non riesce «a prenderla». Si proclama Venere e pretende adorazione. Progetta «un trattatello sull’esecuzione capitale».
Offre a chi gli sta accanto beveraggi al veleno. Uccide, tradisce, mortifica e provoca, mai pago del proprio sadismo.
Più che un eroe romantico il Caligula di Albert Camus, protagonista dell’omonima pièce messa in scena da Eimuntas Nekrosius in prima europea per il Festival internazionale di Villa Adriana di Tivoli, sembra un ibrido tra il Prometeo di Esiodo, e un Puck incattivito che mette in moto con perfidia scientifica e coscienza infantile il suo diabolico piano per creare un regno di “libertà assoluta”.
Vittima del suo delirio si immola a un sogno malato e non risparmia nessuno.
Nemmeno chi lo ama, come l’amico Scipione, e più ancora Cesonia, uccisa per eliminare alla radice l’unico motivo di «inconfessabile tenerezza ». È questo un momento in cui Nekrosius convoglia i migliori codici del suo teatro, che è minuzioso lavoro sul gesto, sull’incontro dei corpi, sulla ricerca interdetta di un baricentro possibile, sulla partitura sonora, mai accessoria ma parte integrante della drammaturgia. Qui si sente il rumore dell’acqua che si infrange sulle pietre, letto del fiume e letto tombale-sacrificale approntato con cura dalla vittima e dal carnefice. Uno slittamento semantico che arriva diretto, a chiudere un lavoro dove lo spazio ha costantemente dialogato con gli oggetti, polifunzionali e reinventati, e con le luci che virano improvvise dal seppia al ghiaccio, a sottolineare o contrastare uno stato emotivo, e a informare la scena neoclassica che riproduce un arco di trionfo.

Agli attori si chiede uno sforzo fisico ininterrotto, che ripropone, tra l’altro, la grande falcata sul posto, molto espressionistica. Ma soprattutto si chiede di assecondare con repentine variazioni di registro e di ritmo gli umori del loro tiranno, senza idee.
«Un tiranno sacrifica i popoli alle sue idee, ma io non ho idee». Per questo il Caligula di Nekrosius, interpretato da Yevgeny Mironov, molto noto in patria come attore di cinema, “butta via” le parole, parla freneticamente, senza riflettere, come a rivolgersi a chi sa bene quel che gli spetta. La sua cattiveria compressa è destinata ad implodere, se non la si vomita in fretta, il più in fretta possibile, in un getto continuo, maniacale, ripetitivo, che gli permetta soltanto di generarne di nuova. L’unica via di uscita è prendere per sfinimento i suoi cospiratori per indurre e affrettare il proprio suicidio.
Uno spettacolo che vorremmo replicato nei cartelloni invernali.

Pubblicato su Europa carta il 6-7-2011

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