«La musica? Datemi carta bianca» Intervista a Stefano Bollani

Il nuovo album e il ricordo del grande Luttazzi

Quarant’anni e un curriculum incominciato a quindici, quando partecipava ai primi concerti di nascosto dal suo insegnante del conservatorio di Firenze. Ma l’amore per il jazz, per questo istrione del pianoforte, diplomato nel ’93 secondo i tradizionali canoni dello strumento classico, è una cosa seria. Molto seria. Così seria che vale bene la pena di essere coltivata con la leggerezza di un guitto.

Tale è Stefano Bollani, un serissimo guitto che non deroga di fronte al rigore che la passione gli impone, ma nemmeno rinuncia a dar libero sfogo al suo spirito allegro, ludico, scherzoso. 

E quando gli rimproverano di concedere troppo a certe performance da intrattenitore ‘generico’, come se andassero a compremettere la sua statura di artista, non si scompone e ribatte serafico: “Mi hanno persino accusato di danneggiare il mondo del jazz. Un po’ eccessivo, casomai danneggerei solo la mia figura, ma io sono fatto così.  E se proprio volessi fare un lavoro su me stesso non credo che questa sarebbe la cosa più urgente”.  

Per noi è difficile immaginare un mondo del jazz, una torre d’avorio da accudire e difendere perché esposta alle perturbazioni di Stefano Bollani. E’ difficile soprattutto fare una tara del mondo del jazz, al netto delle collaborazioni con Stefano Bollani. 

Chi resta? Mah, fuori innnazitutto Enrico Rava, con cui ha inciso quattordici album, fuori Richard Galliano, Gato Barbieri, Pat Metheny, Michel Portal, fuori Uri Caine e Roberto Gatto. Fuori da palcoscenici come Umbria Jazz, il Festival di Montreal, la Town Hall di New York, la nostra Scala e la nostra Fenice. Impossibile, i detrattori, maligni e invidiosi si mettano l’anima in pace.

E magari si dispongano ad ascoltare il suo ultimo album, appena uscito per l’etichetta Verve. Big Band!, il primo registrato con un ensemble allargato.

Com’è nata l’idea di questo album?
È nato da un concerto dal vivo per un’emittente radiofonica di Amburgo, la Ndr, ed è stato registrato con il pubblico in studio e la partecipazione della Ndr Big Band, un gruppo dall’attività concertistica molto intensa che vede tra i suoi membri musicisti di diverse nazionalità.

Però hai voluto Jeff Ballard, alla batteria…
È un amico e uno dei più grandi batteristi del mondo. Gli arrangiamenti invece sono di Stefan Gerdes, uno straordinario sassofonista norvegese. L’ho scelto proprio perché è lontanissimo dalla mia musica.

Una sfida?
Sì, anche. Mi piace lavorare con persone diverse, incontrare nuovi stimoli, e non ripiegare su scelte “facili”, affidando il lavoro ad amici che mi conoscono bene. A lui ho dato carta bianca e il risultato è una revisione totale dei miei pezzi. Al punto che alle prove ero io il più impreparato.

Quali brani ti hanno stupito di più?
Ce n’è uno, forse il quinto, Quando la morte verrà a prendermi, che è diventato una suite di quindici minuti, ma mi ha sorpreso soprattutto il primo, Storta va, che è stato riempito di informazioni: in dieci minuti si passa dal finto sinfonico al jazz californiano al suono di trombe cubano.

A proposito di America, Centramerica e America del Sud, un tuo album, Bollani Carioca – 300mila di copie vendute – risente molto di suggestioni brasiliane. Qual è il tuo rapporto con il Brasile?
Nel 2007 ho suonato il pianoforte a coda in una favela di Rio de Janeiro. Un tentativo, riuscito, di organizzare un piccolo festival jazz in una favela. Per me un ricordo bellissimo e un’esperienza da raccontare.

Quando hai capito di essere diventato Stefano Bollani?
Mai. Io credo al lavoro quotidiano del musicista e non alle favole hollywoodiane dove ci sono le star che devono incontrare i produttori.

Quando hai capito che volevi fare il musicista: qual è stata la prima folgorazione? Da bambino volevo fare il cantante poi ho iniziato a studiare pianoforte e ho capito quasi subito che quella sarebbe stata la mia strada. A dodici anni ho ascoltato un disco di Oscar Peterson e mi ha colpito la velocità, il virtuosismo. Forse è stato in quel momento che ho deciso che avrei voluto studiare quella musica.

Ormai si va verso una crescente contaminazione di generi: è pleonastico che ti chieda cosa ne pensi?
Penso che le differenze di generi non dovrebbero esistere a priori, nella testa dei musicisti.


Cosa non sopporti nei tuoi colleghi, o, meglio, qual è il difetto più grande di un musicista?
Credo che il difetto del musicista non sia diverso dal difetto dell’uomo. Io non amo chi ragiona per partito preso, secondo preconcetti. Nel nostro caso chi antepone regole e leggi alla musica e al piacere di ascoltarla. Non amo chi legifera.


Da un po’ di anni assistiamo alla collaborazione radiofonica tra te e David Riondino e Dottor Djembè è ormai un cult di Radio 3.Come butta?
Va a gonfie vele e ogni puntata, ogni incontro è un modo per fare ironia e autoironia sul mondo della cultura. Il 7 luglio usciamo dallo studio Rai di Firenze, che è sempre occasione di incontrare vecchi amici, e approdiamo al Festival Inequilibrio di Castiglioncello, al Teatro Solvay di Rosignano Solvay: una puntata speciale trasmessa in diretta da Radio 3.

Nel prossimo weekend parteciperai anche al Festival di musica e letteratura di Cremona, Le corde dell’anima, con un intervento su Lelio Luttazzi.
Sono molto contento di questo invito, perché non si parla mai abbastanza di lui. Luttazzi è stato portatore di una sana leggerezza e se fosse nato in tempi diversi sarebbe stato sicuramente un jazzista. Ma allora il jazz non era di moda, e lui si è inventato un’altra musica e lo ha fatto benissimo. Era un musicista a tutto tondo. Non solo, adesso abbiamo anche scoperto che era uno scrittore.

Pubblicato su Europa carta il 2-6-2011

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