4:48 PSYCHOSIS / Elena Arvigo

Una scena ingombra coperta di terra e avvolta da pagine e pagine scritte. Vecchi lampadari che sembrano residui di una cantina abbandonata, corde penzolanti e specchi in frantumi, e quindi taglienti, a intralciare il percorso. Due sedie, forse tre, degli strani contenitori di palline che ricordano il gioco del lotto, o quei dispenser che in cambio di una moneta ti regalano un giochino, un dolcetto, insomma qualcosa che diletta i bambini e che ha a che fare con la speranza e la sorte. E poi ancora uno specchio, questa volta inclinato e appeso alla parete, che dovrebbe riflettere al pubblico la sua immagine. La sua. Quella di chi ci accoglie accovacciata a terra mentre gioca con un mazzo di carte giganti, a interrogare il destino o a maledire di esistere. Quella di chi si dispone a dare voce e corpo alla più tormentata scrittrice e drammaturga di questi ultimi anni. Sarah Kane, morta suicida nel 1999, dopo un durissimo ‘testamento’ consegnato alla scena. Anzi, alla pagina, poiché Psychosis 4:48 è un lungo monologo privo di indicazioni, piuttosto un flusso ininterrotto di parole che lasciano chi interpreta in libertà ‘non vigilata’, esposto agli umori che il testo riserva.

Si può obiettare che questo è il teatro. Sì, ma in certi casi il teatro è più teatro che mai, e l’assenza di rete costringe il regista a inventarsene una, con il rischio di sacrificare alla propria visione le sollecitazioni che si vanno a creare.

Non è accaduto a Elena Arvigo e Valentina Calvani, rispettivamente attrice e regista della versione in scena al Teatro in Scatola di Roma fino a domenica, grazie a una auspicata proroga di una settimana. 

Un lavoro, il loro, che scarnifica il testo e consapevolmente opta per una chiave di lettura sul filo sottile tra adesione e racconto, tra partecipazione e straniamento.  L’Arvigo è assai brava nel tener fede a questa consegna, e mentre porge le parole con grazia inviolata, indisturbata e incolume, mostra  la tentazione violenta di viverle, di riaffondarle nel sangue e nella carne che le ha generate, nel dolore lancinante di un corpo e un cervello che manda “Dio affanculo perché mi fa amare una persona che non esiste”.

Non sappiamo se ci riesce affidandosi alle sue emozioni sopite, latenti, riposte; non sappiamo che ‘scuola’ di pensiero la ispiri. Ma nemmeno ci importa.

Importa invece il lavoro sui tempi e sul ritmo che molto si giova delle musiche scelte da Susanna Stivali; e su uno spettro di colori emotivi che virano dall’ironia alla disperazione al lamento. Importa quel flusso vorticoso di parole che improvvisamente si arrestano per infrangersi sui nostri ricordi, sulle nostre vite, sulla nostra esperienza.

E una sensualità senza fronzoli che la pretende, ‘infelice’, vestita di rosso.

Pubblicato su oltrecultira il 25-5-2011

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.